La rinascita di Trani

Chiunque abbia avuto la fortuna di conoscere di persona Avraham Zecchillo (al quale Francesco Lotoro dedica un sentito ricordo sul numero di luglio di Pagine Ebraiche) ha avuto modo di apprezzarne la profonda umanità, lo spirito visionario, la inusuale forza del suo triplice attaccamento al popolo ebraico, alla terra d’Israele, alla terra di Puglia. Fra i protagonisti della miracolosa rinascita, dopo mezzo millennio, della presenza ebraica a Trani, vedeva in tale reinsediamento il compimento di un destino storico, l’adempimento di un inderogabile dovere nei confronti delle generazioni passate, presenti e future degli ebrei di Puglia. Anche Trani, come ‘Erez Israel, doveva avere la sua ‘aliyah’, non certo in competizione con quella verso Israele, ma come suo completamento. Anche a Trani doveva esserci, come c’era stato in passato, un pezzo d’Israele. E il Maghen David, che fa bella mostra di sé tra le bianche pietre della minuscola, splendida sinagoga di Schola Nova, rappresenta l’esaudimento del suo sogno.
In questo progetto di rinascita, naturalmente, Zecchillo non è stato solo. Piace ricordare, in tempi in cui non sempre le pubbliche istituzioni brillano per sensibilità ed efficienza, la grande vicinanza costantemente dimostrata dal Comune di Trani (in particolare, negli ultimi anni, dall’Assessore alla Cultura, Andrea Lovato, studioso di prestigio internazionale, grande benemerito del volontariato cattolico, da sempre legato da profondo amore verso la cultura e l’identità ebraica) e il costante impegno profuso da Rav Scialom Bahbout. Divenuto, da circa un anno, Rabbino della Comunità di Napoli e dell’Italia meridionale, Bahbout sta dando – con la sua cultura, la sua energia, la sua forza comunicativa, la sua particolare semplicità e disponibilità umana – uno straordinario contributo non solo allo sviluppo dell’ebraismo nel Mezzogiorno d’Italia, ma anche alla promozione dell’immagine ebraica tra i gentili. Riuscendo a coniugare – cosa non sempre facile – la difesa dei valori religiosi e tradizionali con una grande apertura verso l’esterno, e presentando l’ebraismo – in molteplici conferenze, discussioni, incontri pubblici, articoli a stampa, trasmissioni televisive ecc. – in modo dinamico e moderno, con semplicità di linguaggio e grande cordialità umana, Rav Bahbout riesce, giorno dopo giorno, a fare apparire l’ebraismo, sempre più, e a un numero sempre crescente di persone, come una realtà non solo degna di rispetto, ma anche meritevole di attenzione, conoscenza, studio. E’ anche grazie a lui se, a Napoli come a Trani, tante persone guardano a tale realtà con serenità e simpatia, come a una cosa vicina, familiare.
Una sensazione di normalità, di consuetudine, che mi è sembrato di percepire qualche giorno fa, quando, avendo accompagnato il Rav alla stazione ferroviaria di Napoli, insieme a Ottavio Di Grazia (altro grande benemerito degli studi ebraici nel Mezzogiorno), e avendo perso il treno, abbiamo trascorso un’oretta a passeggiare negli ampi spazi della stazione. A un certo punto Bahbout si è appartato per qualche minuto, per recitare la preghiera della sera. Vedere un signore con la kippah dondolarsi davanti a una biglietteria automatica, in una zona non fra le più affidabili sul piano della sicurezza, e con un’alta percentuale di islamici, nonché di vagabondi e mendicanti, avrebbe potuto legittimamente suscitare almeno un filo di apprensione. Ma i gesti semplici, tranquilli e spontanei di Bahbout andavano in tutt’altra direzione: quella, appunto, della normalità, della consuetudine, della familiarità.

Francesco Lucrezi, storico