Le giovani e coraggiose pioniere della salute
Aveva 17 anni Bathsheba Yonis quando, diplomatasi con onore nella città di Odessa, decise di trasferirsi a Ginevra per inseguire il suo sogno di diventare medico. Un obiettivo non semplice per una ragazza del 1897, quando ben pochi erano i paesi che permettevano alle donne di esercitare la professione e ancora meno quelli che consentivano loro di studiare medicina.
Bathsheba dovette superare l’opposizione del padre che la riteneva troppo giovane per trasferirsi all’estero e le suggeriva piuttosto di diventare sarta. Ma la ragazza non si rassegnò. Con l’aiuto della madre partì di nascosto e a Ginevra riuscì a farsi ammettere all’università nonostante la regola che proibiva l’iscrizione di studenti con meno di 18 anni. Iniziò così una brillante carriera accademica al punto che, di ritorno a Odessa per le vacanze, il padre orgoglioso dei suoi successi la riaccolse con regali e gioielli.
Quella di Bathsheba è solo una delle storie delle 22 giovani che per prime esercitarono la professione medica in Eretz Israel (all’epoca parte dell’impero ottomano e poi sotto mandato britannico), gettando le basi per quello che è oggi uno dei migliori sistemi sanitari al mondo, a cui la storica Zipora Shehory Rubin dedica un bel saggio su Vesalius, rivista dell’International Society of Medicine. Queste ragazze provenivano da famiglie di cultura elevata, con una buona disponibilità economica e attive nelle associazioni sioniste.
Le 22 pioniere della medicina ebraica al femminile erano indipendenti, lontane dal ruolo tradizionale della donna nella famiglia e determinate, una volta terminati gli studi nei migliori atenei, ad abbandonare la comoda vita europea per fare l’aliyah andando incontro a un’esistenza piena di difficoltà nella futura Israele.
Una terra impervia e malsana in cui fino alla metà dell’Ottocento i medici scarseggiavano e la popolazione ebraica non aveva a disposizione alcuna struttura ospedaliera. Le cose cominciarono a cambiare anche grazie all’aiuto di ricchi ebrei filantropi europei, come sir Moses Montefiore, la famiglia Rothschild, il francese Albert Cohen, che finanziarono i primi ospedali nei pressi di Gerusalemme. E tuttavia in Palestina, come negli altri territori dell’Impero ottomano, la professione medica, con l’eccezione dell’ostetricia, era appannaggio esclusivo degli uomini.
Era proibito infatti non soltanto che le donne turche studiassero o lavorassero come medici, ma anche che le donne straniere laureate in medicina ottenessero la licenza per esercitare la professione. Col risultato che Bathsheba Yonis, ma anche Alexandra Belkind, l’unica a essere nata in Palestina emigrando in Europa per completare gli studi, Sarah Ben Ami, ispirata dallo zio Hillel Yaffe che guidava la battaglia contro la malaria nella regione, e tutte le altre, lavoravano clandestinamente. E d’altronde di medici, ma soprattutto di donne medico, in quella zona c’era un gran bisogno, considerando l’alta percentuale di donne religiose, sia ebree che musulmane, che si rifiutavano di farsi visitare da uomini. Ma oltre alla necessità di ginecologhe, ostetriche e pediatre, campi cui le 22 dottoresse si dedicarono con slancio, in Palestina c’era bisogno di medici specializzati nel combattere la malaria e le malattie tropicali, che infuriavano per via del clima malsano, e i disturbi agli occhi, altrettanto diffusi.
Anche in questo caso le donne medico non si risparmiarono, esponendosi esse stesse al rischio di contagio per curare centinaia di pazienti che nei moshavim (villaggi agricoli) non potevano contare su alcun tipo di assistenza sanitaria. Come la dottoressa Hanna Weitz, che nel 1915 contrasse la malaria a Zichron Yaakov mentre era incinta, malattia da cui riuscì a salvarsi, perdendo però il bambino che portava in grembo. L’impegno delle donne divenne presto indispensabile per portare avanti una qualche forma di assistenza sanitaria alla popolazione. Con lo scoppio della prima guerra mondiale infatti i dottori erano stati in massima parte costretti a partire per il fronte o per sostituire i dottori turchi impegnati in guerra, e gli equipaggiamenti e i medicinali a disposizione requisiti. Da una situazione così disperata, fatta di fame ed epidemie, la medicina al femminile ricevette nuovo slancio.
Il governo riconobbe alle donne la possibilità di esercitare la professione: Helena Kagan fu la prima nei territori dell’Impero turco a ottenere la licenza, in considerazione del suo eccezionale lavoro come direttore dell’ospedale municipale di Gerusalemme. Proprio la dottoressa Kagan fu protagonista di una straordinaria iniziativa nella creazione di un primo embrionale sistema di welfare. Nell’estate del 1916 l’oftalmologo Abraham Ticho era stato deportato a Damasco. Nel lasciare la sua casa, il dottor Ticho diede alla Kagan il permesso di utilizzarla insieme ai locali e all’equipaggiamento della sua clinica, e la dottoressa diede vita al Jewish Hospital for Children, con 12 posti letto e la possibilità di curare ogni giorno dai sessanta ai cento pazienti, bambini e adulti. Ma le 22 madri della sanità israeliana non confinarono la propria opera alla sola professione medica. Bathsheba Yonis e Alexandra Belkind furono tra i fondatori della Hebrew Medical Union in Eretz Israel, oggi Israel Medical Association.
Hanna Weitz diede vita al centro culturale per i nuovi migranti di Gerusalemme. Helena Kagan fu membro del Jewish National Council. A lei, durante la Guerra d’indipendenza nel 1948, fu affidata la direzione di tutti i servizi medici della città di Gerusalemme. Furono dunque attivi membri della società che costruì lo Stato ebraico, ormai all’avanguardia nel mondo per l’efficienza del sistema sanitario gratuito per tutta la sua popolazione. Che oggi deve ringraziare anche quelle 22 ragazze che scelsero di studiare medicina oltre un secolo fa.
Rossella Tercatin, Pagine Ebraiche, luglio 2011