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Teshuvà…

Inizia con il digiuno di oggi, 17 di Tamuz, un percorso di 80 giorni culminante nel 10 di Tishrì, il digiuno del Kippur. Insegna infatti il Talmud (Taanit 26 b e 30 b ) che il giorno di Kippur, Mosè scese per la seconda volta dal monte con le nuove Tavole del Patto; egli era infatti sceso la prima volta il 17 di Tamuz, giorno del peccato del vitello, ed aveva infranto le prime tavole; il giorno successivo, dopo aver distrutto il vitello, era risalito sul monte dove era rimasto ottanta giorni, quaranta per pregare il perdono di Dio e altri quaranta per ricevere le nuove tavole. Nella storia del vitello d’oro, che abbiamo letto questa mattina nella Torah, assistiamo a un doppio scenario. Da un lato Moshè sul Sinai che riceve le Tavole del Patto, accettate in un primo momento dal popolo in piena libertà, dall’altro lato, in contemporanea, ai piedi del monte, il popolo commette quello che è considerato il paradigma del tradimento. Con un incredibile paradosso gli ebrei commettono la trasgressione del vitello d’oro per insegnare a tutta l’umanità che la Teshuvà è sempre possibile. Come se l’Eterno si fosse dimenticato di mettere per iscritto questo principio già assodato e gli ebrei lo hanno spinto a correggere questa mancanza rompendo e facendosi ridare le Tavole del Patto in un rapporto ancora più vincolante. Ma dal digiuno di oggi a quello di Kippur, dalla rottura alla ricomposizione c’è bisogno di un percorso di 80 giorni. Percorsi nei quali anche le fratture sono necessarie. Per imparare che talvolta per ricostruire è necessario rompere!.

Roberto Della Rocca, rabbino