Davar Acher – Diversamente sionisti
Come si stabilisce la volontà di un corpo politico, una città o uno Stato? Ci sono molti modi: la dittatura personale di un duce o quella collettiva di un partito che interpreta “l’anima della nazione” o la “coscienza di classe”, i tumulti di piazza che esprimono pulsioni sempre confuse ma violente, le caute trattative delle oligarchie, le monarchie di diritto divino, dove “L’état, c’est moi”. I comunisti si sono inventati la “democrazia sostanziale” o “concreta”, caratterizzata soprattutto dal fatto che non vi si vota, gli utopisti del web hanno immaginato di recente una democrazia elettronica in cui tutti parlano di tutto: di fatto non ha mai funzionato. In realtà la democrazia rappresentativa sarà piena di difetti, ma è il sistema meno peggiore che c’è, come sosteneva Churchill. Naturalmente non si può mai sapere se ogni decisione presa dai rappresentanti del popolo esprima quella che Rousseau un po’ misticamente chiamava “volontà generale”, ma la regola fondamentale di questo sistema consiste proprio nel supporlo. Si vota a intervalli regolari, si eleggono certi rappresentanti dando potere a certi partiti e si accetta che le leggi che essi approvano e i governi cui danno la fiducia rappresentino la sola concreta e democratica volontà del paese.
Perché questa piccola chiacchiera di filosofia politica? La ragione è che molti nemici di Israele, gli antisionisti e anche quegli ebrei che chiamerei “diversamente sionisti” (come ci sono i “diversamente abili”, dato che costoro insistono a dire che “amano Israele, ma…” ) nel caso israeliano tendono a negare questo principio di rappresentanza. Loro sarebbero per Israele (anche se diversamente dai “fanatici” “estremisti” “fondamentalisti” come me), ma non per quell’Israele reale, che ha un certo parlamento e un certo governo democraticamente scelti. Essi sono naturalmente per un paese diverso, cioè “migliore”, “più saggio”, “amante della pace”. Dubitano della rappresentatività delle elezioni e dei sondaggi che danno loro torto, preferiscono credere all’opinione di quattro scrittori e tre registi, magari illustri, di un paio di partiti che cumulano oggi più o meno il 10% dei voti, hanno fiducia in un manipolo di Ong che vivendo di fondi stranieri hanno grande visibilità mediatica, di un giornale (“Haaretz”) che ha più o meno la diffusione del “Manifesto”.
Questo per loro è il vero Israele e certo non lasciano che dei fatti maleducati turbino il loro “molto democratico” pensiero. Le leggi che non piacciono loro sono “illegali” o “incostituzionali” (anche se Israele non ha una costituzione rigida); le maggioranze che non godono della loro simpatia sono da sempre delegittimate, “estremiste”, magari “fasciste”, gli scritti che le difendono sono da leggere “turandosi il naso”: strana concezione olfattiva della libertà di pensiero. Sono infallibilmente convinti che prima o poi il paese “rinsavirà” oppure che già in realtà la pensa come loro, ma stranamente vota altrimenti. I più lucidi si rendono conto che il paese reale non è come vorrebbero e teorizzano che “per il suo bene” Israele vada “costretto” a fare quel che è “giusto”, anche se il suo elettorato non è d’accordo. Vorrebbero una politica americana ed europea “muscolare” per “obbligare” i bambini indisciplinati dell’elettorato israeliano alle soluzioni che prediligono. Credono con fiducia questa sì infantile, alle cose che leggono sui giornali “progressisti”, per esempio che Giudea e Samaria siano davvero “territori occupati”, che le “colonie” siano “illegali”. Hanno inventato un sistema di metafore un tantino inquietante, anche agli occhi della correttezza politica: parlano talvolta di “tough love” (“amore duro”), termine che è stato una volta chiarito dal direttore di Haaretz, che in un colloquio con l’inviato americano ha accennato alla necessità che l’America “stupri” Israele, sempre per il suo bene, naturalmente.
Comunque in genere i “diversamente sionisti” praticano il “wishful thinking”, che tradotto nell’italiano degli anni Settanta fa “pensiero desiderante”. Sono convinti che i palestinesi scoppino di voglia di far la pace, gli israeliani anche, seppur votano in maniera sbagliata, e solo i cattivi “coloni” impediscano la festa vagamente messianica dei terroristi abbracciati alle loro vittime, che inevitabilmente avverrà, soprattutto se Israele rinuncia subito e senza condizioni all'”occupazione”. Si potrebe pansare che sono solo sciocchi, ma a me paiono pericolosi, non perché influiscano davvero sulla politica israeliana dove non contano nulla, ma perché legittimano la propaganda terrorista e rendono più difficile l’autodifesa israeliana in quel luogo centrale di scontro che è oggi l’opinione pubblica occidentale. Per questo ritengo necessario discutere con loro e contestare le loro opinioni, anche se esse hanno pochissimo rapporto con la realtà dei fatti.
Concludo con una piccola nota personale. Una di questi “diversamente sionisti”, di professione insegnante in un liceo della città dove insegno anch’io, se l’è presa con me l’altro giorno su questa newsletter e mi ha applicato la categoria politica olfattiva del “turarsi il naso”. Probabilmente citava in maniera malaccorta Montanelli e non si è resa conto di riecheggiare un vecchio stereotipo antisemita, quel “fetor judaicus” che a suo tempo per i migliori inquisitori era un indizio infallibile di colpevolezza. Posso dire solo che a leggere i suoi ragionamenti su democrazia e dialogo capisco perché quasi la metà degli studenti liceali che si iscrive alla mia facoltà ottiene risultati insufficienti ai test di cultura generale e lingua italiana.
Ugo Volli