Ideali collettivi
Bisognerebbe sempre evitare di dire «la mia generazione». Si finisce a parlare di sé e a generalizzare. Quindi partirò direttamente da me stesso. Il 20 luglio 2001 non ero a Genova; da Berlino seguii gli scontri del G8, e con sgomento appresi della morte di Carlo Giuliani. Alcuni mesi dopo il leader dell’estrema destra austriaca, Joerg Haider, si recò in Vaticano per consegnare un gigantesco albero di Natale, e presi parte a una manifestazione «no-global» contro quella visita. La galassia cattolica si era già distanziata dal movimento. Circa un anno dopo andai a Firenze per il Social forum europeo, conclusosi con un grande corteo contro la guerra in Iraq. Oriana Fallaci – avviata oggi alla beatificazione – aveva scritto un articolo vergognoso, preconizzando la devastazione di Firenze per mano di criminali e black block. La prova di maturità dei manifestanti, delle forze dell’ordine e dei fiorentini fu assoluta, e i nerboruti portuali che la Cgil aveva trasferito da Livorno per il servizio d’ordine non furono necessari. Genova fu una cesura, almeno per me. La violenza di quei giorni, subita e perpetrata, impedì al movimento di crescere e concentrarsi sui propri limiti, sugli errori e sugli obiettivi. L’acme della partecipazione fu il principio della discesa. Un’illusione, un ideale, una lotta comune da portare avanti si spezzarono di fronte alle contraddizioni interne e alla pressione esogena, repressiva a Genova e mistificatoria in seguito. Come ebreo, soffrivo di alcune posizioni radicalmente e scorrettamente anti-israeliane. Giorni fa, Riccardo Di Segni ha denunciato il rischio di ritrovarsi pieni di giornalisti e senza rabbini. Secondo una ricerca condotta dall’Associazione di cultura ebraica Hans Jonas ed edita da Giuntina (in libreria da settembre), i giovani ebrei provano sfiducia nel futuro e nelle istituzioni, ebraiche e non. Faticano a individuare ideali collettivi. Se posso aggiungere un auspicio a quello del Rabbino capo, vorrei certamente che studiassimo più Torah, ma anche che fossimo più in grado di impegnarci per un mondo più giusto.
Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas