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voti…

Nella regola religiosa ebraica (ma non solo in quella ebraica) se una persona fa un voto, e in un momento successivo si rende conto che non può mantenere l’impegno preso, ha la possibilità di farselo sciogliere da un’autorità o da un collegio di tre persone. Queste lo interrogano e se riescono a cogliere la debolezza, l’impossibilità e la criticità dell’impegno preso e non rispettato, lo possono annullare come se non fosse mai stato fatto. Di voti parla la lettura dello scorso Shabbat, ma non parla chiaramente della possibilità dell’annullamento da parte di un’autorità esterna, cosa che invece è pratica comune e accettata. La Mishnah e il Talmud (B Chagiga 10a) spiegano questa contraddizione con una frase sorprendente: “lo scioglimento dei voti vola nell’aria e non ha su cosa basarsi”; in pratica l’origine dell’istituzione non è nella Torah scritta ma in quella orale. Altri Maestri invece non sono d’accordo e propongono varie fonti possibili nella Torah, non molto convincenti peraltro. Di altri sistemi importanti (come il Sabato) lo stesso brano spiega che “sono montagne appese a un capello”, cioè grandi sistemi giuridici con pochissimi riscontri scritturali. È il paradosso della nostra tradizione che è scritta e orale e nella quale entrambi i sistemi sono sacri e interconnessi. Ma è anche una rappresentazione della nostra condizione umana ed ebraica, “montagna appesa a un capello”.

Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma