I rabbini, i giornalisti. Uno sguardo all’orizzonte

La più giovane collega arrivata in redazione mi ha mostrato l’altro giorno con una certa fierezza il tesserino rosso che segna il suo ingresso nell’albo dei giornalisti professionisti dell’Ordine professionale posto a tutela della nostra categoria. L’oggetto che molti colleghi dimenticano spesso in fondo a un cassetto della scrivania o lasciano in qualche recondito taschino della giacca buona per le occasioni formali di per sè in tanti anni non è cambiato. Quando me l’anno consegnato dopo aver sostenuto l’esame per l’abilitazione professionale ero ancora il felice possessore di una Olivetti Lettera 22 di seconda mano. Inutile ricordare che non si usavano i telefoni cellulari, le stampanti, Internet, skype e tante altre diavolerie che si dice abbiano reso più semplice e immediato (ma non necessariamente migliore) il nostro lavoro. Ho preso così in mano per un attimo il tesserino rosso di Rossella Tercatin (il mio, lo confesso, non mi ricordo più dove si è cacciato) abbandonandomi a qualche riflessione e cercando di tenere a bada le nostalgie che quando si smette di essere giovani sono sempre in agguato. In fondo questo tesserino rivestito di cuoio, ancora scritto a mano al suo interno, con le caselle incolonnate e pronte a ospitare i bollini annuali di convalida, resta uno dei pochi segni tangibili che continuano a legarci alle origini della nostra esperienza di giornalisti italiani. Abbiamo un Ordine professionale e un’associazione sindacale che tiene sostanzialmente unita la categoria, un autonomo istituto di previdenza, una Cassa sanitaria integrativa. Istituzioni forse superate, non sempre adeguate, ma anche importanti per continuare a fare questo lavoro con un minimo di dignità in una realtà difficile come la nostra. E continuiamo a batterci perché nuovi giovani possano trovare una strada nella professione giornalistica, condividere con noi le conquiste che, in mezzo a mille contraddizioni e fra tante cadute di credibilità, i giornalisti italiani sono stati in grado di mettere assieme in questi ultimi cento anni di vita professionale organizzata. Quella tessera rossa che ci viene consegnata al momento della prova di abilitazione professionale, i praticanti che sono cresciuti in redazione se la sono conquistata, al pari di tanti giornalisti italiani che in mezzo a mille difficoltà hanno scelto di fare questo lavoro. Così il grande numero di giovani partecipanti ospiti della terza edizione di Redazione aperta, il laboratorio di lavoro giornalistico che ogni estate riunisce a Trieste i giornalisti e i collaboratori del Portale dell’ebraismo italiano www.moked.it testimonia il grande interesse che il lavoro giornalistico suscita fra le giovani generazioni, ma anche il nostro augurio di ripetere presto l’esperienza di nuovi praticantati giornalistici. Il grande numero di ospiti che sono intervenuti durante i lavori (fra i tanti vorrei ricordare molti leader ebraici italiani e collaboratori fondamentali per il nostro lavoro, come i rabbanim Riccardo Di Segni, Benedetto Carucci Viterbi e Roberto Della Rocca, intellettuali come Ugo Volli, ma anche giornalisti di primo piano e testimoni di mondi significativi per l’informazione, come il leader della Federazione nazionale della stampa italiana Franco Siddi, che proprio durante i lavori di Redazione aperta ha lanciato al presidente della Federazione editori giornali Carlo Malinconico una netta riaffermazione del valore della professione giornalistica, o il direttore dell’Osservatore romano Giovanni Maria Vian, che ha recentemente ricevuto il riconoscimento di giornalista dell’anno) ha confermato come l’impegno giornalistico in campo ebraico significhi oggi confrontarsi con le opportunità e le sfide di una estrema diversificazione di idee e di identità. Ma anche richiamarsi saldamente alle nostre radici e ai nostri valori di ebrei e di ebrei italiani in particolare. Radici che non possiamo permetterci di mettere da un canto. Per questo seguo con grande interesse il dibattito costruttivo che a seguito degli esiti positivi di Redazione aperta si è sviluppato fra molti nostri collaboratori riguardo alle problematiche poste dall’esigenza di formare giovani giornalisti ebrei e giovani rabbini. Due categorie per la verità molto differenti fra loro, ma anche due poli di professionalità da cui in un modo o nell’altro potrebbe dipendere il nostro futuro di ebrei italiani. E per questo, al termine dei lavori di Redazione aperta, assieme ai colleghi Adam Smulevich e Rossella Tercatin, due fra i giovani che hanno completato negli scorsi mesi il praticantato giornalistico in redazione, mi sono concesso una pausa di qualche ora per incontrare altri collaboratori che per la redazione costituiscono un punto di riferimento fondamentale e un momento tutto speciale per rivolgere un breve saluto al rav Elio Toaff. L’incontro è avvenuto in un pomeriggio quieto e luminoso, sulle rive di uno dei laghi che rendono prezioso l’ambiente naturale attorno a Roma. Ho preferito restare in disparte, lasciando per qualche attimo i giovani colleghi in tutta intimità a fianco al Rav. Solo i loro sguardi rivolti all’orizzonte sull’acqua. Solo poche parole di augurio e di impegno per il nostro lavoro futuro. Ma anche un gesto fondamentale per ribadire che senza sapere chi abbiamo da essere, da dove veniamo, quale eredità, quali esperienze ci hanno lasciato i nostri Padri e i nostri Maestri, il nostro lavoro sull’informazione sarebbe solo un vano esercizio di parole. La redazione che lavora sui nuovi media dell’Unione non è un gruppo di lavoro facile da coordinare. Per la gioventù e la scarsa esperienza di molti dei suoi componenti, per l’estrema diversità culturale e identitaria, per la lontananza geografica dei luoghi da cui ognuno opera, per le motivazioni talvolta difficili da accordare che esprimono molti dei preziosi collaboratori su cui possiamo contare. Ma è anche una realtà di lavoro straordinaria, dove operano giovani che ammiro per il loro impegno, le loro capacità e la loro trasparenza. Sono orgoglioso di condividere con loro il mio impegno di lavoro e di essere al loro fianco. Quell’immagine colta alla luce di un tramonto splendente di un grande anziano e di giovani professionisti che guardano l’orizzonte, mi è rimasta impressa, rappresenta il regalo della mia estate. Il mio augurio è che continui a fare luce sul cammino difficile e duro che attende la redazione attraverso le prossime stagioni di lavoro.

Guido Vitale