Israele – Il prezzo della crescita

L’economia israeliana resta in primo piano sulla stampa internazionale soprattutto riguardo alle proteste che stanno nascendo come funghi dopo la pioggia in queste ultime settimane. Fra i casi più discussi la protesta dei medici e quella denominata “mehaat hacottage” ossia la protesta contro il prezzo del formaggio bianco spalmabile (e di tutti i prodotti alimentari di prima necessità). Quest’ultima si è trasformata ormai da tempo nella protesta contro la salita vertiginosa del prezzo della casa in questi ultimi anni.
E’ vero che l’economia d’Israele oggi è in ottime condizioni rispetto ad altre, ma chi paga il prezzo di questa crescita? La risposta è semplice e univoca: il cittadino medio, soprattutto se è un salariato. Il sistema economico israeliano è forte e lo shekel è forte rispetto al dollaro, ma l’israeliano che deve mantenere la sua famiglia è sempre più debole. La macroeconomia è in salita ma la micro è in calo.
La borsa di rehov Ehad Haam a Tel Aviv è in salita, ma il potere d’acquisto dello shekel è in calo ed è sempre più difficile per l’israeliano medio pagare l’affitto, per non dire comprarsi un appartamento, cosa che, quando lo stato era coinvolto nella costruzione di case, era quasi alla portata di ognuno. La produttività è in crescita e così la quantità di denaro che è in circolazione, ma la distribuzione dei capitali è diseguale al punto di porre Israele fra i paesi del Terzo mondo quanto a divari economici fra i cittadini. E’ la solita storia della distribuzione dei polli: ci sono dieci persone e dieci polli, cioè in media un pollo a testa, ma la media non cambia se due persone ne hanno quattro ognuno e gli altri otto devono spartirsi i due polli rimanenti.
Sotto la guida di Netanyahu, anni fa come ministro delle Finanze e oggi come capo del governo, in Israele si sta assistendo alla (s)vendita a privati della gestione di quasi tutti i beni e i servizi che in uno stato normale dovrebbero essere garantiti a tutti: l’acqua e le fonti di energia, le comunicazioni e i trasporti, l’istruzione, la sanità e ovviamente le banche. Ma come si sa il privato è portato a badare al proprio interesse più che a quello del pubblico, e, in mancanza di concorrenza, alza i prezzi quanto più possibile. Si sta assistendo alla graduale rinuncia dello stato alla sua funzione principale, che è quella di essere al servizio del cittadino, di tutti i cittadini, e non solo delle poche famiglie che stanno controllando tutta l’economia.
I servizi di assistenza sociale sono praticamente estinti e tutto l’appoggio ai bisognosi è ormai nelle mani di organizzazioni volontarie. La situazione è poi ancora più grave in quanto lo stato ha rinunciato quasi del tutto a far rispettare le regole sui minimi salariali e sui contributi pensionistici, appunto per non toccare gli interessi degli imprenditori, così oggi molti giovani diplomati o laureati non riescono a guadagnare abbastanza per mantenere dignitosamente una famiglia. Anche il sindacato Histadrut preferisce difendere gli interessi dei grandi Consigli di fabbrica (portuali, elettromeccanici, lavoratori delle grandi imprese energetiche), molto meno quelli dei lavoratori delle piccole imprese e i precari (che non osano scioperare temendo di perdere il posto di lavoro).
Forse questa protesta dilagante è un sintomo positivo di presa di coscienza da parte del ceto medio israeliano. E a questo contribuisce probabilmente anche il miglioramento del grado di sicurezza in seguito agli accordi di pace con i più importanti paesi arabi confinanti. Le recenti rivoluzioni nei paesi arabi vicini pongono degli interrogativi, ma la sensazione di sicurezza dell’israeliano medio non vacilla. La gente sta guarendo dalla sindrome del perseguitato, dell’ebreo del ghetto circondato da nemici, e si sta accorgendo che è venuto il momento di affrontare anche i problemi economici e sociali interni. Questi problemi non minacciano la nostra esistenza fisica, ma l’identità di uno stato ebraico e democratico insieme, come i fondatori lo hanno voluto e come è scritto nella dichiarazione d’Indipendenza.

Daniel Haviv, alchimista