Sui giornalisti

L’epoca attuale non coltiva se non quello che può abbreviare e semplificare. Perché dunque meravigliarsi del successo dei giornalisti? Nella sua immediatezza, l’informazione, fatta per essere consumata, trova compenso nell’attimo. Perciò si oppone pericolosamente alla narrazione. Ma non è amica neppure della riflessione e del pensiero. Dove si diffonde l’informazione, diventa più rara la narrazione, la cui forza concentrata può dispiegarsi ancora dopo molto tempo, dopo anni, secoli, millenni. Quando si leggono i versetti della Torà, è inevitabile fermarsi, impossibile non interrogarsi.
Il venir meno dell’idea di eternità accresce l’avversione per il dilungarsi nella lettura e nell’ascolto, per la pazienza faticosa del concetto. La semplificazione e l’abbreviazione vanno smantellando gli strati sovrapposti della tradizione, l’attesa della domanda, l’esigenza dell’ermeneutica.
Gli eccellenti giornalisti che la storia della stampa ebraica può vantare – come non pensare a Karl Kraus? – erano consapevoli del rischio di diventare meri cronisti dell’attualità, strumenti di un potere che fluiva attraverso loro, sapevano che la supposta obiettività della notizia, che arriva immediata, spesso farcita di spiegazioni, avrebbe potuto cancellare il racconto e il meraviglioso del racconto.

Donatella Di Cesare, filosofa