Gli aiuti di Washington, importanti ma non fondamentali
La freddezza dei rapporti tra l’amministrazione Obama e il governo di Netanyahu-Lieberman è fonte di preoccupazione per molti osservatori ma a uno sguardo più attento il lungo sodalizio tra Stati Uniti e Israele ha sempre vissuto alti e bassi, in modo quasi fisiologico. Sorge comunque spontaneo un interrogativo: esiste ancora una dipendenza economica di Israele dagli Stati Uniti? Di quali “mezzi di pressione” dispone il governo americano nei confronti dell’alleato israeliano, ai suoi occhi poco “attivo” nel perseguire una soluzione diplomatica al conflitto coi vicini? È dai primi anni Settanta, in particolare dopo la guerra del Kippur, che Israele riceve aiuti economici dagli Stati Uniti, in due forme. Il primo e principale tipo di aiuto è rappresentato dall’erogazione di una “donazione” annua: tale aiuto venne ufficializzato e reso stabile a partire dal 1979, in occasione del trattato di pace tra Israele e l’Egitto, quando il governo americano decise di concedere circa 3 miliardi di dollari l’anno a Israele e 2 miliardi all’Egitto. Questo aiuto annuo si compone di un sostegno economico vero e proprio e di un sostegno militare, ossia di una somma che lo Stato di Israele può utilizzare per acquistare armi di difesa dall’industria americana. Dal 2007 è cambiata la composizione dell’aiuto, ma non la dimensione: alla luce del forte aumento del reddito pro-capite di Israele, l’aiuto economico è stato eliminato ed è stato sostituito per pari importo da quello militare. Dal 1972 Israele riceve un secondo tipo di aiuto dagli USA, sotto forma di garanzie sul debito estero di Israele (ossia fideiussioni su eventuali prestiti concessi da banche o Stati stranieri al Tesoro israeliano): negli anni 90 questa garanzia è stata molto utile per Israele che, pur essendo un “prenditore” di fondi con un merito di credito basso, ha potuto indebitarsi sui mercati finanziari internazionali con un risparmio medio dell’ordine del 4% sugli interessi, ossia una minore spesa di alcune centinaia di milioni di dollari l’anno. Tale garanzia era talmente importante che nel 1991-92 al presidente George Bush padre bastò evocare la minaccia di rimuovere tale garanzia al governo Shamir, reo di avere “sabotato” i negoziati di pace di Madrid, per spaventare l’opinione pubblica israeliana; quest’ultima “punì” il premier Shamir alle elezioni parlamentari del 1992, che portarono al potere i laburisti di Rabin. Dal 2005 lo Stato di Israele ha preferito non avvalersi delle “fideiussioni” messe a disposizione dagli USA per finanziarsi all’estero, anche perché il netto miglioramento del “rating” di Israele sui mercati internazionali ha quasi annullato la differenza tra il costo di indebitarsi con o senza fideiussione statunitense. Quanto sono importanti oggi gli aiuti economici americani per lo Stato di Israele? Quando gli aiuti furono inaugurati, nel 1979, la loro incidenza sul PIL di Israele era prossima al 15% (3 miliardi di aiuti e un PIL di 21 miliardi), un livello decisamente elevato. Trent’anni dopo gli aiuti sono rimasti invariati in termini nominali attorno ai 3 miliardi di dollari ma nel frattempo il PIL israeliano è decuplicato e quindi l’incidenza degli aiuti USA è divenuta trascurabile (1,5% del PIL). Quali conclusioni si possono trarre da questi numeri? Una prima considerazione è che è giusto che gli aiuti degli Stati Uniti a Israele si siano quasi azzerati in termini di PIL perché l’economia di Israele ha fatto passi da gigante e raggiunto un PIL pro-capite relativamente elevato e di fatto non ha bisogno di aiuti dall’estero. Secondo alcuni intellettuali israeliani, addirittura, l’elevato reddito pro-capite di Israele rende anacronistico anche le donazioni che Israele riceve dall’ebraismo diasporico; secondo questi intellettuali, dovrebbe al contrario essere Israele a fornire assistenza economica alle comunità diasporiche, che in molti paesi (ad esempio l’ex blocco sovietico) stanno scomparendo anche per mancanza di fondi e strutture. Una seconda conclusione è che se è vero che la dipendenza strettamente economica di Israele dagli Stati Uniti è pressoché nulla, rimane invece elevata quella militare (per la fornitura di armamenti avanzati, soprattutto in campo aeronautico, e per un intervento in caso di conflitto con armi non convenzionali) nonché quella politica (ad esempio le alleanze USA nel mondo arabo e la “vigilanza” degli USA alle Nazioni Unite); entrambe queste dipendenze sono forse più importanti di quella economica e quindi l’amministrazione USA mantiene un potere contrattuale elevato nei confronti di Israele. Infine, un’ultima considerazione riguarda i modi in cui gli Stati Uniti potrebbero aiutare indirettamente la sicurezza di Israele dopo le rivolte della “primavera araba”. In maggio il premio Nobel statunitense per l’economia Joseph Stiglitz ha esortato l’amministrazione Obama ad avviare un nuovo “piano Marshall” per i paesi arabi che si affacciano sul Mediterraneo, in particolare quelli che hanno attraversato delle rivoluzioni: secondo Stiglitz, destinando a questo piano Marshall anche una piccolissima frazione della elevata somma che gli USA hanno speso per la guerra in Iraq (che Stiglitz stima in 3.000 miliardi di dollari), peraltro con scarsi risultati per la stabilità della regione e per la sicurezza di Israele, gli USA potrebbero portare benessere nei paesi arabi, conquistando le simpatie dell’opinione pubblica e rafforzando le forze politiche moderate di questi paesi.
Aviram Levy, Pagine Ebraiche, agosto 2011