L’abbraccio

L’esito di ogni azione è già contenuto nel pensiero che la precede (dal cantico “Lechà Dodi” del Rabbi Shelomo Halevi Alcabez).
Un corollario di questo pensiero è che ciò che abbiamo ce lo siamo creati da noi, prima di tutto nella nostra immaginazione. Di conseguenza, se vogliamo un mondo senza guerre, dobbiamo prima immaginarcelo, per poter poi imitare il modello.
Poco tempo fa, visitando un sito fotografico mi sono imbattuto in una immagine che mi ha subito conquistato per la sua bellezza e per la sua contraddittorietà, ma soprattutto per la sua prorompente eloquenza. E’ una foto eccezionale e darei al suo autore il premio Nobel per la fotografia, se esistesse. Questa foto è una rappresentazione fedele del Ventesimo secolo e un vaticinio ancora più fedele per il Ventunesimo, anzi, per essere piu’ preciso: essa segna la conclusione del Ventesimo ed è al contempo il segnale d’inizio del Ventunesimo, indipendentemente dalla data esatta in cui è stata scattata.
Questa foto rappresenta una bella donna, bella nonostante certi tratti un po’ maschilizzanti, giovane ma non più tanto, una mamma soldato, anzi una mamma vestita da soldato, anzi: una mamma travestita da soldato, che riabbraccia il figlioletto al suo ritorno dalla guerra, o da una missione di tre anni (o di tre giorni) in Afghanistan o da qualche altra parte di questo granello vagante nel cosmo, martoriato e martirizzato da tre milioni di anni dagli appartenenti alla specie homo insipiens.
E guardandola mi chiedo: ma con che coscienza ha lasciato il pargolo per un tempo qualunque ed è andata a rischiare di trasformarlo in orfano? Ha, già, dimenticavo che oggi c’è il Facebook, il Google e il Twitter per cui non hanno più senso le parole vicino e lontano. No, mi rispondo, proprio questa foto dimostra che queste parole sì che hanno ancora senso: non lo si vede dalla dolcezza di questo abbraccio e di quanto questo bimbo ne aveva bisogno? A volte ci dimentichiamo che i social networks sono solo abbracci virtuali e artificiali e quindi falsi.
Il mio sguardo poi va ad appollaiarsi su altri particolari di questa foto, che è un libro di mille pagine, il libro del nostro tempo: per esempio sullo zaino. Quello zaino sembra molto pesante, serio, militare (che cosa c’è di più serio delle cose militari? direbbe Woody Allen), ma quella mamma lo porta come se fosse leggero, anzi se ne è dimenticata appena ha visto da lontano suo figlio correrle incontro.
Un’altra pagina emozionante di questa foto/libro: quell’uomo tutto indaffarato cha sta passando là dietro a passi veloci per non perdere l’aereo o un incontro di affari, insomma cose molto più importanti e urgenti di un semplice incontro mamma figlio. Forse non è un caso che la testa non appaia nella foto: essa è irrilevante, quell’uomo non ne ha bisogno, dato che non sembra accorgersi del dramma che sta avvenendo ai suoi piedi. Nessuna immagine potrebbe rappresentare meglio l’indifferenza dell’uomo sull’uomo (o sulla donna), homo homini indifferens, di cui homo homini lupus è l’estrema e necessaria conseguenza.
In un’altra pagina di questa foto/libro leggo che nonostante il colore kaki grigioverde che vorrebbe dominarla ci sono anche i colori della speranza: lo stesso verde, anche se un po’ sbiadito, del grigioverde, ma soprattutto quell’abbraccio spontaneo e verissimo e quella promessa di essere ritornata, questa volta per rimanere. Adesso basta, di guerre ne abbiamo viste già abbastanza.
La guerra è finita.
Punto.

Daniel Haviv, alchimista