Durban III
Mentre gli Stati-nazione sembrano perdere sovranità, e si coagula il villaggio globale, è evidente l’importanza che hanno acquistato gli incontri internazionali. Di qui la preoccupazione che desta la conferenza indetta per il prossimo 21 settembre a New York, il «Durban III».
La gravità sta nella ripetizione di un episodio che avrebbe dovuto restare isolato, respinto nel passato, condannato con fermezza. La conferenza di Durban del 2001, riunita per trattare i temi del razzismo e della schiavitù, si trasformò in un tribunale che accusava Israele. Per la prima volta furono ufficialmente stravolti e manipolati i simboli dell’umanità per disumanizzare Israele. Per la prima volta, in un’atmosfera di manifestazioni violente, Israele fu bandito nell’arena della società civile. Non si trattò soltanto di odio antisemita e di antisionismo, di una escalation quantitativa. Da quell’improvvisato tribunale internazionale – e questo non deve sfuggire – Israele è stato delegittimato nei suoi diritti di cittadinanza, è stato escluso dai «diritti umani» con l’accusa (scusa) di essere disumano.
Una terza conferenza Durban III, a dieci anni di distanza, finisce per avvalorare, come emerge già dalla bozza che circola in questi giorni, quel che è avvenuto nel passato e per rilanciare le accuse. In attesa che altri Stati, soprattutto europei, dicano un «no» chiaro, importante è una mobilitazione, in tutti gli spazi concessi, reali e virtuali, per far comprendere che Israele è una democrazia polifonica e che in questo tempo, angosciante e complesso, cosparso di tirannie e dittature che reprimono i loro stessi popoli, Durban III avrebbe conseguenze esiziali proprio per la difesa dei diritti umani.
Donatella Di Cesare, filosofa