Ebrei per caso

Ogni tanto capita di scoprire che qualche personaggio famoso è ebreo, ma non è detto che la cosa sia rilevante, anzi, spesso non lo è affatto. Diverso, però, è il caso dei personaggi letterari: se mentre sto leggendo un romanzo a pagina 119 arriva un temporale mi domando perché l’autore ha deciso di far piovere proprio in quel momento; se il protagonista ha i capelli rossi mi chiedo cosa significa; a maggior ragione se l’autore si è preso la briga di farmi sapere che il tale personaggio è ebreo mi aspetto che questo abbia qualche effetto sullo svolgimento della vicenda: avrà problemi di identità? Incontrerà antisemiti? Verrà fuori qualche ricordo di famiglia di fughe e persecuzioni? O almeno ci sarà un seder? Per questo mi ha fatto una strana impressione trovare a pag.119 del romanzo che sto leggendo un isolato riferimento all’identità ebraica dei protagonisti, e poi più nulla, e nessun effetto di nessun genere sulla trama: niente feste, niente ricordi di famiglia, si mangiano cibi di tutti i generi senza problemi. In effetti sono semplicemente personaggi autobiografici: perché mai l’autrice avrebbe dovuto inventare forzatamente per loro un’identità diversa dalla propria? Eppure ci sono addirittura romanzi autobiografici in cui la parola “ebreo” sembra accuratamente evitata anche quando sarebbe necessaria per la comprensione della vicenda. Per esempio in Cristo si è fermato a Eboli, quando Carlo Levi descrive gli sforzi del prete per convincerlo a suonare in chiesa: “Le ragioni per cui temeva che rifiutassi non mi passarono neanche in mente”. Una frase piuttosto sibillina, mi pare, da cui si ricava l’impressione che l’autore abbia voluto evitare a tutti i costi di attribuire a se stesso personaggio una connotazione ebraica che lo avrebbe marcato in modo troppo evidente: anche Carlo Levi, come me, pensava che da un personaggio esplicitamente ebreo i lettori si sarebbero attesi qualcosa di particolare, e non gli interessava sbilanciare la trama in quella direzione. Oggi invece, così come esistono gli ebrei per caso nella realtà, dobbiamo abituarci a incontrali anche nella letteratura, e non mi pare necessariamente un male: in fin dei conti la presenza casuale è meglio dell’assenza forzata.

Anna Segre, insegnante