…nazismo
Recentemente ho visto L’uovo del serpente di Ingmar Bergman, che è stato filonazista per poi doversi confrontare, anni dopo, con le prime immagini dei campi di sterminio. Viste le premesse e la propensione introspettiva del regista svedese, non stupisce che il film adotti un’interpretazione esistenzialista dell’ascesa hitleriana, ricondotta all’incapacità di confrontarsi con quella sensazione di paura che avvolgeva ogni giorno di più la Germania post-bellica devastata dalla crisi economica. Paura di confrontarsi con il disastroso quadro sociale, paura di confrontarsi con le sinistre “minoranze” politiche che si stavano affacciando sullo scenario europeo, in poche parole paura della paura. Il fallimento del colpo di stato hitleriano con cui si chiude il film, altro non fa che confermare questa fuga dalla realtà. In queste settimane, parlando con gli amici che perdono il lavoro mentre mettono su famiglia ed osservando la crescente xenofobia europea su cui cala un assordante silenzio massmediatico, ho riscontrato la stessa volontà di rimozione dei tempi bui descritti da Bergman, in cui si potevano riconoscere le tracce di ciò che sarebbe avvenuto; come l’uovo del serpente, al termine del suo processo di maturazione si tramuta in una membrana in cui già si può riconoscere il corpo definito del rettile.
Davide Assael, ricercatore