Ritorno a Fiume. Nel nome di Schatzi
È una mattina fresca e annuvolata di mezza estate. Sul Carso, sopra Trieste, stanno per concludersi i lavori di Redazione aperta, appuntamento ormai tradizionale rivolto agli operatori dell’informazione dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e a giovani redattori da tutta Italia che per il terzo anno consecutivo trova ospitalità nelle strutture della Comunità ebraica di Trieste. Prima del congedo è in programma una visita speciale. Un’ora di viaggio a bordo di un pulmino che porta i colori della Slovenia e la redazione, accompagnata fra gli altri dal vicepresidente della Comunità giuliana Mauro Tabor e dal fotografo Giovanni Montenero sarà nel golfo del Quarnero. Niente a che fare con la classica gita fuori porta. È qualcosa di più. Una breve full immersion nei luoghi in cui più di una volta si è fatta l’Europa, un percorso alla scoperta di cosa resta e cosa è stato invece sepolto della presenza, una volta fiorente e influente, di nuclei ebraici tra Fiume e Abbazia. Per me la situazione è difficile ed emozionante. Per una volta non dovrò raccontare da giornalista le emozioni degli altri, ma le mie. È un ritorno alle origini, il primo, il coronamento di un sogno maturato negli anni. Tanti infatti i ricordi, tante le suggestioni nel dialogo con mio nonno “Schatzi”, all’anagrafe Alessandro, l’uomo a cui assieme a mia nonna Elda devo quasi tutto della mia infanzia e adolescenza spensierate. Schatzi era un fiumano doc così come fiumana è sua sorella Ester, la zia dagli occhi celesti che più celesti non si può e a cui basta una semplice frase (“ciao bella zia fiumana”) per accendersi in volto. A Fiume il mio bisnonno Sigismondo aveva una grande sartoria sul corso. Un luogo mitico dell’infanzia rievocato spesso a pranzo nella veranda dei nonni. Mentre il pulmino prosegue nel suo tragitto verso la costa croata penso più volte a quei momenti di intimità. Penso a mio nonno, ai suoi occhi di tzadik, di uomo giusto. Lo faccio molto spesso, ma sento che stavolta è diverso. Capisco che vedere Fiume, le strade e i quartieri in cui è cresciuto, serviranno a stabilire un nuovo contatto. Capisco che sarà come riabbracciarlo per qualche ora, un sogno per me ricorrente da quando è mancato in quella maledetta estate di nove anni fa. Così, dopo una commovente tappa mattutina ad Abbazia iniziata davanti alla lapide che commemora le vittime abatine della Shoah, ecco Fiume. Asburgica, ungherese, italiana, jugoslava, ora croata. La città delle passioni e degli esperimenti che hanno fatto la storia e aperto le ferite d’Europa. Arriviamo nel corso, bello e vivo, e si chiude il cerchio. Giovanni vuol scattare una foto, mentre io mi arrovello per ritrovare la meta agognata. Non so cosa sia stato, se il fiuto del grande fotografo, una coincidenza o cosa altro. Fatto sta che uno dei palazzi che fa da sfondo al suo scatto è quello giusto. Me l’aveva detto zia Esty che mi avrebbe colpito, che l’avrei trovato a istinto. E infatti è un tuffo al cuore. Trovarmi proprio là, davanti all’edificio che tanto aveva popolato il mio immaginario di bambino, mi fa un effetto strano. E allora realizzo che Fiume è davvero un posto speciale della memoria, uno di quei posti in cui sai che prima o poi dovrai andare, ma non sai mai quando. Così quando ci sei ti turba, ti lascia spiazzato. Ti rendi conto che non potrà più esistere la promessa laica di un leshana abbà beFiume, realizzi che in quel momento devi fare i conti con chi sei e da dove vieni. Una mano me la dà la storica Sania Simper, nostra guida nel tour quarneriano insieme alla professoressa Rina Brumini, ebrea fiumana e docente al liceo italiano dove ancora si raccoglie molta gioventù cittadina. Sanja è una studiosa formidabile che negli anni ha contribuito a ricostruire le vicende fiumane di molte famiglie, fra cui la mia. Ogni volta che ci sentiamo ha sempre uno spunto nuovo da raccontare. E anche stavolta non fa eccezione trasmettendomi alcuni preziosi elementi d’archivio che riguardano il mio bisnonno Sigismondo e suo nipote Leo nelle loro traversie fiumane fino all’internamento nel campo di Campagna. Rina e Sanja ci guidano passo dopo passo nel Quarnero ebraico. Il viaggio si declina spesso al passato. Un passato drammatico, con le persecuzioni che si abbatterono come una scure sulle comunità ebraiche di Fiume e Abbazia. Un mondo fu annientato e le difficoltà attuali a mantenere una qualche forma di vita ebraica sono un presente doloroso con cui fare i conti. Camminiamo lungo le strade che ci portano alla piccola sinagoga superstite (quella che vollero gli ortodossi mitteleuropei), un edificio in stile Bauhaus che oggi sopravvive molto più come polo sociale e culturale che come centro religioso. Le nuvole coprono nuovamente il sole caldo che ci aveva accolto in Quarnero portando una ventata di malinconia. Prima di giungere alla meta Sanja si arresta mostrandoci un edificio. Un palazzo squallido che nasconde fondamenta della maestosa sinagoga di Fiume, una delle più belle d’Europa, edificata nel 1903 e interamente distrutta nel 1944. Sulla via del ritorno ancora una foto tutti assieme davanti a quell’anonimo palazzo popolato di fantasmi. Molto dolore ha segnato il Novecento, ma assieme ai colleghi della redazione un giovane fiumano è di nuovo in quel luogo per testimoniare. Tornare a casa vuol dire anche questo.
Adam Smulevich, Pagine Ebraiche settembre 2011
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