Voci a confronto

Ci sia concesso il diritto alla divagazione, in questo crepuscolo estivo, quando si ritorna alle abituali professioni ma si finge, con la mente, di essere ancora altrove. Tra poco più di dieci giorni è plausibile che piova amaro, avvicinandosi i tempi della richiesta del riconoscimento dello Stato palestinese alle Nazioni Unite, anche se «la Casa Bianca annuncia il veto», come ci informano Repubblica e la Stampa in due “francobolli”. Avremo modo di parlare lungamente, e in maniera approfondita, di questa vicenda. Ce la ricordano oggi Tobias Buck sul Financial Times e Ferdinando Mezzetti sulla Nazione, mentre il Foglio riprende un allarmato dossier di «Foreign Affairs» sul ruolo dei Fratelli musulmani nella «rivoluzione d’Egitto» (l’ironia è volontaria, con il rispetto dovuto ai manifestanti di piazza Tahir, i primi che rischiano di vedersi espropriare dei risultati del loro impegno). La stessa testata ci parla dei «grandi saldi libici», o «garage sales», ossia di come i moti e gli scontri di questi mesi siano serviti a svuotare gli arsenali non solo contro i propri avversari ma anche e soprattutto per rimpinguare le casse con il commercio clandestino di armi. In politica l’ingenuità non è consentita, costituendo la sorella minore (e minorata) del moralismo. Peraltro Alberto Negri parla al riguardo, su il Sole 24 ore, di un «inverno delle rivolte arabe», dove alla fiammata popolare si sta sostituendo la normalizzazione geopolitica, che vede come protagonisti le petrolmonarchie conservatrici, la Turchia di Erdogan e i movimenti islamisti. Questi ultimi, dopo un primo momento di spiazzamento e subalternità, dinanzi a piazze che si riempivano da sé, stanno ora cercando di recuperare spazio. L’Egitto è senz’altro lo scenario di prova per loro più importante, quello che politicamente presenta una maggiore redditività. Detto questo, passiamo oltre, concedendoci qualche commento su altri fatti, apparentemente meno tumultuosi. Spigolando tra i quotidiani il leggere certe notiziole strappa un sorriso amaro. È il caso di quella oggi riportata dal Giornale e da Libero, nella quale ci viene raccontato che il sindaco di Villabate (un comune in provincia di Palermo), già esponente di Alleanza Nazionale, «col pallino della storia tedesca», vorrebbe intitolare alcune vie a Manfred von Richthofen (il «barone rosso» della prima guerra mondiale) e a Erwin Rommel. Se sulla mia carta d’identità avessi segnato come domicilio «via Rommel» penso che avvertirei una sgradevole sensazione, divisa probabilmente tra l’imbarazzo e un qualche disgusto. Poiché il Rommel in questione è quel feldmaresciallo tedesco meglio noto con il soprannome di Wüstenfuchs, «volpe del deserto». La sua storia è in genere sufficientemente nota per non dovere richiedere spiegazioni approfondite: abile militare, fu comandante delle truppe tedesche impegnate in Nord Africa e poi in Francia durante la Seconda guerra mondiale. Il suo nome fu chiamato in causa nel complotto contro Hitler, che si consumò il 20 luglio 1944, quando una bomba fu fatta esplodere nel suo quartiere generale nella Prussia orientale, mancando, purtroppo, l’obiettivo. A Rommel fu offerta dal duce tedesco, in cerca di un lavacro di sangue che costò la vita a cinquemila “congiurati”, quella che egli considerava una onorevole via d’uscita: evitare il processo in pubblico e levare cortesemente le tende, suicidandosi. Da uomo prono all’autorità (e senza sensate alternative) Rommel scelse la seconda opzione, venendo poi celebrato dal regime con solenni funerali di Stato. In realtà il feldmaresciallo tedesco non aveva direttamente partecipato al tentativo di congiura, venendone chiamato in causa da un moribondo collega che aveva fatto il suo nome, poiché c’era chi aveva pensato di investirlo di un qualche incarico qualora le cose fossero andate così come i complottisti speravano. Rommel era una invenzione del Terzo Reich, appartenendo ad Hitler in vita come in morte. La sua fama, che pure aveva un qualche riscontro con le imprese militari, era soprattutto il prodotto di una sapiente campagna di pubblicizzazione da parte degli uffici di propaganda del regime che, in piena guerra, dovevano dare in pasto alla popolazione tedesca delle figure, al limite del mitologico, alle quali ancorarsi per giustificare ancora di più e meglio l’impegno e gli sforzi che erano chiesti a tutta la collettività. Rommel, pur non essendo parte di quella gerarchia politica più vicina ad Hitler, era un uomo che aveva aderito al regime nazista e ne aveva condiviso lo spirito delle imprese. Difficile, se non impossibile, che possa essere onorato in quanto suo oppositore acerrimo, come invece si vorrebbe fare credere oggi. Ancora più sospetto il fatto che in tale modo, attraverso quella che potrebbe risultare una comoda porta di servizio, si intenda portarono agli onori della cronaca affidandogli un ruolo che mai svolse. Semmai la sua figura rimane oggetto di studi e ricerche in campo storico, o comunque per i cultori della materia; non è soggetto raccomandabile per altri usi. La notiziola, considerata in sé, è irrilevante. La sua portata, tuttavia, come in tutti questi casi, va al di là dei fatti che racchiude per riannodarsi a dinamiche ben più profonde, dove la fascinazione nei confronti di colui che fu soprattutto un mito del passato si incontra con gli irrisolti rapporti di malcelata proclività nei riguardi proprio di quei trascorsi. Una sorta di apologia indiretta, esercitata per il tramite di figure apparentemente neutre perché vissute come “tecniche”, così come i militari della Wehrmacht perlopiù ambivano a presentarsi. Il lascito della vicenda nazista è propriamente questo: non una ideologia politica da prendere e consumare ma una serie di immagini nelle quali ci si può identificare. Ed è questo un legame che va invece rescisso, per la sua enorme pericolosità. Va forse anche in questo senso un’altra vicenda secondaria, la condanna per insulti antisemiti dello stilista britannico John Galliano, già direttore artistico della prestigiosa Maison Dior, di cui ci parlano oggi Libero, così come Stefano Jesurum e Stefano Montefiori su il Corriere della Sera. Lo sconcerto fine a sé per le gratuite esibizione di volgarità pregiudiziose rischia di diventare fuori luogo, avendone registrate – purtroppo – infinite manifestazioni. Non ci si fa mai il callo, e non potrebbe essere diversamente, ma proprio per questo più che l’esecrazione, che da sola è arma spuntata, è bene concentrarsi sugli aspetti critici del problema. Il vero fuoco della preoccupazione, più che nel merito, deve invece rapportarsi al metodo, ossia alla pervicacia con la quale certi convincimento si riproducono nella mente collettiva, nell’immaginario comune, se così ci si può esprimere. Poiché la loro forza non sta nel contenuto (in sé privo di qualsiasi riscontro razionale) ma nell’ossessiva ripetizione con la quale esso viene veicolato. Il nazismo lo sapeva benissimo, essendo stato il regime che per eccellenza si basava sull’inflazione di «discorsi contro»: contro gli ebrei, contro la democrazia, contro il liberalismo, contro il comunismo e così via. Un guscio vuoto, al suo interno asfittico e claustrofobico, riempito sempre dalle stesse enfatiche parole: l’apoteosi dei luoghi comuni, ossia quella strada per l’inferno lastricata di espressioni che rivendicano, nel momento stesso in cui si uccidono le persone, la loro presunta innocenza. Ed è anche per questo che continua a minacciarci, malgrado tutto. Poiché l’eredità del nazifascismo, ripresa da nuovi apologeti e inediti esegeti, è la sua capacità di costruire vere e proprie macchine mitologiche che, una volta messe in moto, divorano ciò che incontrano sul loro cammino.

Claudio Vercelli