Qui Roma – Un anno per il rafforzamento e la fiducia
Questo fine anno 5771 si caratterizza per due scenari preoccupanti: il progressivo isolamento politico dello Stato d’Israele e la grave crisi economica mondiale. Senza sminuire la portata di entrambi gli eventi, un minimo di memoria storica ci dovrebbe far pensare che l’isolamento di Israele non è certo una novità e che non lo sono neppure le ondate di crisi economica che ormai si abbattono con frequenza costante e devastante da molti anni. C’è poco da stare tranquilli, ma questo non vuol dire che non si debba essere fiduciosi, nè che si debba rinunciare alle nostre responsabilità. E’ il tema centrale delle nostre feste di autunno, la fragilità e la debolezza umana (e di Israele), insieme alla capacità di andare avanti malgrado tutto. Parlando della terra d’Israele e dello sguardo divino vigile che la controlla (Devarim 11:12) la Torà dice che questo controllo dura dall’inizio alla fine dell’anno. “Inizio” è scritto reshit, ma manca l’alef, e per “fine” si usa la parola acharit, che non è propriamente fine, ma qualcosa che viene dopo, ed è spesso usata per grandi promesse. Rabbì Izchaq (in TB Rosh haShanà 16b) notava che reshit senza l’alef più che a rosh assomiglia a rash, povero. Per cui il verso va interpretato nel senso che “ogni anno che inizia in povertà finisce in ricchezza”. Speriamo che sia così, e che vi sia un arricchimento in tutti i sensi. Molto dipende da noi e da come ci rapportiamo all’unico vero riferimento che ci può sostenere. Leshanà tovà tikatevu.
Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità ebraica di Roma