Teshuvà nel racconto

Siamo alla vigilia di Kippur, alla conclusione di un processo di riflessione sul nostro comportamento nell’anno trascorso. In questo stesso periodo dell’anno mi trovo a introdurre alle nuove classi la Commedia dantesca e cerco di spiegare come la differenza tra i personaggi delle prime due cantiche non stia nella gravità dei peccati commessi, ma nella capacità o meno di pentimento, che si rivela attraverso il racconto della propria vita che ciascuno propone: quindi – dico ai miei allievi – dovete fare attenzione ai personaggi dell’Inferno perché non sempre sono attendibili, non perché non dicano la verità, ma perché la raccontano in modo tale da nascondere o confondere le proprie responsabilità.
A pensarci bene anche noi, persone in carne ed ossa vive e vegete e ancora capaci di agire, raccontiamo in continuazione: chiacchieriamo, mandiamo e-mail, stendiamo relazioni, interveniamo nelle riunioni, scriviamo articoli; continuamente ci troviamo a riferire cosa abbiamo fatto e cosa non abbiamo fatto, cosa è andato secondo i nostri progetti e cosa è andato storto. E’ una continua prova, difficilissima da superare: spesso ci rendiamo conto di avere sbagliato, siamo anche disposti a chiedere scusa, e siamo seriamente intenzionati a non ripetere i nostri errori, ma come ci comportiamo tutte le volte in cui ci capita l’occasione di raccontare l’accaduto a terzi? Spesso facciamo come i dannati di Dante: ci soffermiamo sui particolari che ci fanno fare bella figura, mettiamo in evidenza le responsabilità degli altri, lasciamo un po’ tra le righe le nostre. Eppure il racconto dei nostri errori potrebbe aiutare altri a non commetterli. Dunque non siamo responsabili solo verso le persone direttamente o indirettamente danneggiate dal nostro comportamento, ma anche verso tutte quelle a cui abbiamo occasione di raccontarlo. Fa paura pensarci, ma è anche vero che, se i nostri racconti sono utili per gli altri, vuol dire che i racconti degli altri sono utili per noi: in fondo anche le conversazioni più oziose (magari persino quelle che si fanno a Kippur invece di seguire la tefillà…) potrebbero contenere un prezioso insegnamento.
Chatimà Tovà a tutti

Anna Segre, insegnante