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Poche sono state le voci critiche davanti al coro di cordoglio per la scomparsa di Steve Jobs, il fondatore dell’Apple, e tra queste si è segnalata quella di rav Jonathan Sacks, che ha denunciato il contributo alla società consumistica dato da Jobs, “sceso giù dalla montagna con due tavole (gioco di parole con l’inglese tablets), iPad one e iPad two, con il risultato che noi abbiamo una cultura di iPod, iPhone, iTune, i, i, i. Non vai molto bene se sei una cultura individualista ed egocentrica e ti preoccupi solo dell'”i” ” (al minuscolo è l’iniziale dei prodotti Apple, al maiuscolo, con la stessa pronuncia in inglese, significa “io”). Le polemiche per questo intervento (“pubblicità per l’Apple”, “perché prendersela solo con lui”,”parla come un Imam” ecc.) hanno costretto rav Sacks a una rettifica, nella quale ha dichiarato che lui stesso usa questi prodotti. Ma la provocazione, forse estremistica, del rabbino inglese serve a fermare un po’ gli entusiasmi e a mettere sul tavolo una riflessione sul senso di una civiltà in cui il progresso tecnologico si accompagna alla creazione di pulsioni consumistiche di prodotti che danno solo effimera felicità. Ma se la felicità è effimera, possono essere utili: dipende da come vengono utilizzati. In uno degli “smart” phone che ho a disposizione per lavoro, e non dico quale (ne ho di due tipi, che non sono solo marche, ma sistemi e quasi religioni differenti) ho caricato il calendario ebraico con gli orari delle tefillot e dello Shabbat, la Torah con Rashì, l’intero Tanakh, l’intero Talmud Babilonese con Rashì e lo Shulchan ‘Arukh. Nel testo originale, e ognuno con il suo bravo motore di ricerca, consultabili ovunque e in qualsiasi momento. Non è felicità ma tecnologia – oserei dire formidabile – al servizio della Torah.

Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma