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…Giacobbe

Qualcuno mi ha suggerito che la scena che chiudeva la parashà che abbiamo letto ieri aveva una strana configurazione e che valeva la pena pensarci. Giacobbe che prende tutta la sua famiglia, i suoi averi, tutto il bestiame che possiede e va via dalla casa di Labano “per tornare da Itschaq suo padre in terra di Kena’an”, fugge da una minaccia che avverte incombente non solo su si sé, ma su tutta la sua famiglia, e al contempo si infila nel cono d’ombra di un’altra possibile minaccia, costituita dall’incontro con suo fratello Esav (come puntualmente accadrà nella parashà che leggeremo questa settimana) che non solo non sa come governare, ma nei confronti del quale non sa ancora come comportarsi. Mi sembra che tutto questo non sia altro che una buona metafora della nostra quotidianità. Bisogna affrontare un pericolo per volta e un’emergenza per volta. Non per sprovvedutezza o per superficialità, ma, alla rovescia, per due buone ragioni: 1) per non aver la convinzione di essere padroni del mondo; 2) per non ritenere che l’avversario, o la contrarietà rappresentino solo la negatività. Ogni volta la nuova minaccia ci costringe a riparametrare obiettivi, a trovare delle forme compromissorie per tentare di conseguirli, o almeno di avvicinarvisi e a esercitare la riflessione. Cioè ad essere e a dimostrare di essere vivi. E di non avere un ricettario che ci dà delle risposte. Nella storia chi ha pensato e ha agito in base al principio che “Gott mit uns” non ha mai perseguito progetti di condivisione, né di miglioramento.

David Bidussa, storico sociale delle idee