Davar acher – La nostra differenza

In genere il funzionamento della memoria culturale è poco compreso, soprattutto se la si tratta come se fosse equivalente alla storia o alla coscienza politica. Greci e Romani hanno avuto una grande storiografia; Tacito ed Erodoto, Livio e Tucidide hanno contribuito certamente a perpetuare per i secoli il mito di Roma ed Atene; ma non certo a mantenere in vita le loro civiltà una volta che le condizioni materiali, sociali ed economiche della sopravvivenza dei loro stati si conclusero, come ha fatto la nostra memoria, storicamente più discutibile. Essere consapevoli di una somiglianza del nostro tempo con gli Anni Trenta, oppure con la crisi della Belle Epoque, con la decadenza dell’Impero Romano o con l’ellenismo, come alcuni opinano, non significa davvero aver memoria di quei periodi, ma conoscerne intellettualmente degli aspetti che si ritengono a torto o a ragione congruenti con i nostri anni.
Nella letteratura specializzata sul tema da Halbwachs a Smith ad Assman ai recenti lavori italiani del gruppo diretto da Patrizia Violi, la memoria culturale è la consapevolezza che un gruppo sociale mantiene della propria identità, spesso usando dispositivi complessi come feste, libri, giorni di celebrazione, luoghi allestiti a museo o monumento, rituali. In queste pratiche si trova il carattere volontario della memoria, che peraltro quando funziona è invece prevalentemente involontaria, essendo vissuta come un dato, il depositato dell’esperienza comune di un gruppo e della continuità delle generazioni: tradizione nel senso pieno del termine. La memoria collettiva ha un carattere esistenziale, è dunque ben diversa dal ricordo (sia esso storico o mitico) o dalla comune narrazione (le “narrative” che secondo la terminologia americana giustificherebbero senza bisogno di fondamento reale le scelte politiche); in essa è implicita l’identità, vi sono sviluppati dei valori, vi è indicato il compito del gruppo, la sua origine, la sua collocazione nel mondo. Per questa ragione la memoria è sempre fortemente identitaria e vive fino a che lo rimane. Può essere diffusa, aperta, oggettivata, ma non è davvero condivisa al di fuori del “noi” che la conserva come l’anima del gruppo.
Vi possono essere fatti che rientrano in più memorie, come gli eventi di storia sacra condivisi da più religioni, altri come le guerre e le crisi religiose possono essere preservati in maniera opposta; ma le memorie collettive vive sono distinte e mescolarle serve al massimo a produrne una nuova sincretica, se vi è un gruppo che la fa propria. Naturalmente una persona può far parte di diversi gruppi, per esempio essere allo stesso tempo ebreo, italiano, medico, tifoso di calcio. Queste differenti identità, diversamente profonde ed essenziali per la persona, chiedono la conservazione individuali di memorie diverse, che non si confondono. Il solo vero multiculturalismo è nella mente della persona, prima che nella società.
L’ebraismo ha una memoria particolarmente forte e ben strutturata, viva da millenni. L’Esodo, per esempio, è spesso preso a prototipo negli studi recenti di quel lavoro teologico-politico che porta alla formazione e – con la sua memoria – alla perpetuazione della nazione. Tutta la Torà è memoria: memoria di regole, costumi, credenze, persone, cose eventi. Non storia, ma vivo insegnamento, che stabilisce delle barriere, ammonisce a non fare “come gli Egizi o i Cananei”.
Peraltro uno dei rimproveri costanti che gli ebrei subiscono è di mantenersi attaccati alla loro memoria, di non diluirsi grazie ad essa nelle popolazioni fra cui vivono. Così ragiona il Faraone prima di imporre i lavori forzati, così Haman racconta al re di “un popolo separato e disperso in mezzo agli altri” “che rispetta le sue leggi” per indurlo allo sterminio, così Tacito e Seneca parlano di un popolo nemico dell’humanitas (cioè del politically correct dell’impero romano), così poi la Rivoluzione francese, la Chiesa e l’internazionale comunista. Tutti combattono contro la separatezza ebraica della memoria e dell’identità, tutti ci hanno sempre richiamato all’universalismo, cioè all’accettazione del ricordo, dei valori e delle pratiche della maggioranza, a scambiare il nostro aspro “egoismo”, la nostra grettezza nemica dell’umanità (cioè ben decisa a non fondersi in essa) nel nome della dolcezza di essere politeisti come tutti, persiani come tutti, francesi come tutti, cristiani come tutti (non a caso questo è il significato del nome “cattolico”, katà olos, verso tutto il corpo sociale), soprattutto laici, comunisti, progressisti come tutti, o tutti i boni cives, interessati solo al buon andamento dello Stato o della rivoluzione.
E’ successo anche con la Shoà, in cui il tentativo di costruire una immagine condivisa si è spesso risolto in una distruzione del suo senso. Ad Auschwitz per Giovanni Paolo II c’era il nuovo Golgota, un sacrificio o olocausto da accettare cristianamente come fece Edith Stein; per lo stato polacco vi occorse la distruzione di un milione e mezzo di polacchi (di varia provenienza religiosa, ma questo occorre dirlo); per la sinistra che concepì il padiglione italiano, di deportati, la cui appartenenza religiosa era altrettanto poco significativa; per i comunisti di comunisti e altri antinazisti; per il politically correct di varie minoranze (rom, gay, malati mentali, handicappati, antinazisti e… anche ebrei). Per molti oggi la Shoà è una delle infinite stragi della storia e va de-etnicizzata. Senza negare che il nazismo si accanì contro molti nemici, è nostro dovere ricordare la peculiarità del suo odio antiebraico e della Shoà, come ricordare fra i crimini dei “re cristianissmi di Spagna” la nostra cacciata, oltre al colonialismo in Sudamerica e la repressione dei moriscos e degli eretici.
Questo non significa rifiutare di compiangere altri genocidi (quello degli armeni, per esempio) o non essere solidali con tutte le vittime dell’ingiustizia. Ma capire che lo dobbiamo fare in quanto ebrei, attaccati alla nostra memoria, alla nostra tradizione, ala nostra identità, sfuggendo ala sirena universalistica che porta all’autodistruzione culturale. C’è oggi una larga tendenza politico-culturale che considera dannose e pericolose le identità e le nazioni, cerca di dimostrarne l’inesistenza o il carattere abusivo – è l’ultima eredità dell’internazionalismo marxista e l’impropria attribuzione di tutti i mali del passato all’esistenza di gruppi identitari, nazionali, religiosi, di popolo. Questa guerra alle differenze è l’equivalente culturale della globalizzazione. E’ una tendenza fortemente distruttiva di culture, che cerca di applicare a tutta la vita l’ideale di burocrazie sradicate come quelle europee o dell’Onu, o l’estetica uniforme e squallida dello stile internazionale in architettura. Anche senza pensare al nostro ebraismo bisogna opporvisi. Ogni cultura uniformata è una cultura uccisa, ogni lingua soppiantata dall’inglese o dal cinese è una lingua morta, ogni cucina industrializzata è un gusto sparito.
Come ebrei oggi abbiamo sì la missione di diffondere i nostri valori universali (non universalistici, che è un’altra cosa). Ma abbiamo anche il compito opposto, quello di difendere e amare la nostra differenza, la nostra identità, cioè la nostra memoria. E di fare di tale resistenza all’universalismo o alla globalizzazione culturale un modello per gli altri popoli. Possiamo essere depositari della coscienza universali solo se teniamo viva in noi la nostra memoria, senza barattarla con alcuna ideologia.

Ugo Volli