moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Il silenzio responsabile

Per te il silenzio è lode (Sal. 65, 2)
“Così dice il S.. Una voce si ode a Ramà, un lamento, un pianto amaro. È Rachel che piange per i suoi figli. Rifiuta di consolarsi per i suoi figli che non sono più. Trattieni la tua voce dal pianto e i tuoi occhi dalle lacrime, poiché c’è una ricompensa per la tua azione – dice il S. – e torneranno dalla terra del nemico. E c’è una speranza per il tuo avvenire – dice il S. – e i figli torneranno al loro territorio” (Ger. 31, 14-16).
Era il 10 Tevet 588 a.e.v. Nabucodonosor cingeva d’assedio Gerusalemme e si apprestava a deportarne gli abitanti in Babilonia. Il Midrash racconta che in una tumultuosa seduta del Tribunale Celeste i tre Patriarchi e le Matriarche tentarono, uno dopo l’altro, di fermare il decreto Divino per la colpa di idolatria, ma invano. Si levò a quel punto la voce della Matriarca Rachele dalla sua tomba isolata, lungo la via dell’esilio. “È più grande la misericordia di D. o quella dell’uomo? Ricorda la sera in cui fu celebrato il matrimonio del mio promesso sposo Giacobbe con mia sorella Lea. Giacobbe aveva lavorato per me sette anni. Sarei dovuta trovarmi io sotto il baldacchino nuziale, ma preferii tacere. Non solo. Temendo gli inganni di mio padre Labano, con Giacobbe avevo concordato una parola d’ordine che egli mi avrebbe chiesto di pronunciare per accertare la mia identità al momento opportuno e smascherare un eventuale trucco.
Ma all’ultimo momento pensai alla dignità di mia sorella: quale imbarazzo le sarebbe venuto se alla richiesta di Giacobbe non avesse saputo cosa rispondere? Così pochi istanti prima della cerimonia le confidai la parola d’ordine ed essa si tutelò. Ora che io ho ammesso un’altra al mio posto in silenzio, anche Tu taci e tollera in silenzio! (Radaq ad loc.)”.
La risposta Divina non si fece attendere: “Non piangere. Questa tua eccezionale buona azione sarà ricompensata. L’esilio sarà solo un fatto temporaneo: i tuoi figli non sono destinati a scomparire, ma torneranno alla loro terra. Per merito del tuo silenzio e della tua sensibilità il popolo ebraico avrà un futuro”. I nostri Maestri affermano che “Rachele ha fatto del silenzio la sua professione” (Rachel tafessah be-felekh shetiqah: cfr. R. Bachiè a Gen. 29,28; B.R. 71,5; Tanchumà Wayetzè 6; Meghillah 13b) e portano almeno tre episodi analoghi relativi ai suoi discendenti.
Suo figlio Beniamino tacque al padre Giacobbe la vendita del fratello Giuseppe. Benché non fosse presente all’atto, perché suo padre non lo mandava fuori casa assieme agli altri, era certamente al corrente del fatto. Quando molto più tardi in Egitto il “vicere” lo vide ormai cresciuto e padre a sua volta di numerosi figli, domandò a Beniamino come si chiamassero. Beniamino spiegò che aveva dato a ciascuno di loro un nome che gli ricordasse il fratello venduto (Rashì a Gen. 43,30). Fu allora che, preso dalla commozione, Giuseppe decise che si sarebbe rivelato ai suoi fratelli. Ma Giacobbe non venne mai a sapere dell’accaduto. Se ciò si fosse verificato, la condanna che avrebbe espresso nei confronti dei figli sarebbe stata tale da impedire qualsiasi avvenire alla sua discendenza (R. Bachiè a Gen. 37,33). Anche il silenzio di Beniamino fu decisivo nel “rimediare” un rapporto contrastato fra fratelli e salvò il popolo ebraico. Saul, della tribù di Beniamino, tacque della sua nomina a re, finché non fu Samuele a renderla nota pubblicamente (1Sam. 10,16). Ester, infine, che di Saul era discendente, tenne a sua volta nascosta la propria identità (2,20) e in questo modo salvò il popolo ebraico dall’ennesima minaccia di sparizione all’epoca di Haman e Assuero.
In un mondo sempre più assordante e roboante, il silenzio di Rachele suona sempre più solitario. Allorché pare dominarci il frastuono delle parole, che sembrano essere decisive di tutto e su tutto, ci viene da domandarci se non sia invece assai più raccomandabile tenere un “profilo basso”. Del resto, è questa una caratteristica del Santo Benedetto. È quanto Egli stesso rivelò al Profeta Elia braccato da Izevel e per questo rifugiatosi nella grotta: “Esci, fermati sul monte davanti al S.;… dopo il chiasso un fuoco, ma non nel fuoco è il S. E dopo il fuoco una voce sottile, quasi silenzio” (1Re 19, 11-12). La parola talvolta divide; il silenzio responsabile (da non confondersi con l’ignavia, o con l’omertà) potrebbe essere un prezioso strumento di fratellanza: presupposto indispensabile a sua volta perché possiamo avere un futuro.

Rav Alberto Moshe Somekh, Pagine Ebraiche gennaio 2012