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Purim…

Nella Meghillà assistiamo alla trasformazione del popolo ebraico da popolo che sembra aver perso la propria identità (non c’è niente che caratterizzi gli ebrei come tali all’inizio della Meghillà) a popolo che la recupera a seguito del brusco risveglio causato dalla persecuzione di Hamàn. Si possono individuare tre fasi di tale recupero, due riportati esplicitamente nella Meghillà e una che il Talmùd deduce da un versetto del testo. Il primo elemento che possiamo rilevare è la preghiera comune dopo la rivelazione del decreto di Hamàn, il secondo, che il Talmùd deduce dal versetto “hanno messo in pratica e accettato gli ebrei”, è la rinnovata accettazione della Torah, il terzo che troviamo alla fine della Meghillà. Negli ultimi versi della Meghillà, infatti, si parla dei giorni di Purìm che sono giorni di banchetti, regali ai poveri e scambio di doni fra amici. Queste che poi diventeranno le mitzvòt di Purìm possono rientrare nel concetto di Ghemilùt Chassadìm – occuparsi cioè del bene degli altri. Questi tre elementi richiamano un famoso passo del Trattato di Avòt che dice che il mondo poggia su tre cose, la Torah, la Avodà cioè il servizio divino e la Ghemilùt Chassadìm, gli ebrei cioè recuperano tutti e tre gli elementi fondamentali dell’identità ebraica. Credo che si possano dedurre da questo recupero due insegnamenti, il primo che il recupero è possibile e che la perdita d’identità non è mai definitiva. Il secondo, che per recuperare il proprio ebraismo, è necessario agire su tutti gli elementi dell’identità ebraica senza scegliere. Un mio Maestro, il professor Augusto Segre, diceva che essere ebrei significa prendere l’ebraismo nel suo complesso e non scegliere da un vassoio di pasticcini.

Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano