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Purim e la questione dell’identità

Secondo i commentatori, gli ebrei di Persia corsero il rischio di essere sterminati a causa del loro comportamento, poco consono alle regole della Torah. Essi infatti, in più di una occasione, dimenticarono le loro regole, per dimostrare agli altri di essere uguali a loro. Nel trattato di Megillah è detto che l’inizio del loro dramma avviene quando Assuero caccia la regina Vashtì dal trono di Persia e indice un concorso di bellezza per nominare la nuova regina. Il libro di Ester – la Megillah fa iniziare quel brano con le parole “ba jom ha shevi’ì – al settimo giorno…”.
I chachamim sostengo che era shabbat e gli ebrei sono soliti in quel giorno stare nelle loro case ed iniziare i pasti sabatici con cose di Torà e lodi a D-o. Essi però avevano perso il concetto di unità di popolo e soprattutto di rapporto con D-o, secondo il modo degli ebrei. Nel brano di Torah che precede immediatamente la venuta di Amaleq, acerrimo nemico del popolo ebraico, il popolo si lamenta per la mancanza di acqua e, nonostante le prove dategli dal Signore esso, rivolto a Mosè chiede: “c’è forse il Signore in mezzo a noi oppure no?”. Quindi la venuta di Amaleq è la punizione per aver messo in dubbio la presenza divina.
Un comportamento analogo lo ritroviamo nella Megillah; in essa non compare mai il nome di D-o (motivo per cui alcuni rabbini del Talmud si oppongono alla sua introduzione nel canone biblico) e quando c’è da rivolgersi a qualcuno, non hanno nemmeno idea verso chi rivolgersi. La frase che Mordekhai rivolge ad Ester “…revach ve hazzalà ja’amod la jehudim mi maqom acher – la salvezza giungerà agli ebrei da un altro luogo” ne è la certezza. I maestri sostengono che se realmente in Mordekhai vi fosse stata una identità forte, avrebbe dovuto menzionare esplicitamente il nome di D-o. L’espressione quindi “mi maqom acher” dimostra che essi non avevano nemmeno idea di dove rivolgere le preghiere.

Rav Alberto Sermoneta, rabbino capo di Bologna