Pasqua

Quest’anno, com’è noto, la Pasqua cristiana e quella ebraica, praticamente, coincidono. Tale circostanza dovrebbe stimolare una riflessione sullo stato attuale dei rapporti tra le due religioni, dalla cui possibilità di dialogo, comprensione e pacifica coesistenza dipendono, in così larga parte, i destini di tanti esseri umani, e di chissà quante generazioni future. Non abbiamo mai fatto sconti, dalle colonne di questa Newsletter, alle posizioni della Chiesa, tutte le volte che esse ci siano sembrate indicare una tendenza al riflusso verso un passato preconciliare, alla teologia del disprezzo, dell’emarginazione, dell’invito alla conversione. Un passato che, purtroppo, tante volte pare ritornare, nelle vesti di un eterno, immutabile presente. Ma abbiamo anche segnalato, con altrettanta puntualità – e con cauta speranza – i passi positivi, che pure ci sono stati. Il più importante dei quali, a mio giudizio, è rappresentato dai capitoli sulla morte di Cristo scritti nel libro, dedicato alla vita di Gesù, di papa Ratzinger, ove (con un’interpretazione della nota frase “il suo sangue ricada su di noi e i nostri figli” in chiave di ‘redenzione’, anziché di ‘automaledizione’) si propone un’esegesi evangelica nuova e coraggiosa, definitivamente (?) assolutoria del popolo ebraico, indubbiamente più avanzata anche rispetto alle stesse risoluzioni della Nostra Aetate.
Abbiamo letto con grande rammarico e stupore, pertanto, la lettera aperta che è stata pubblicata, il 16 febbraio scorso, sul “Quotidiano” di Bari, nel quale Bernardo Kelz, commentando le iniziative svolte a Bari, in occasione del Mese della Memoria (organizzato da Regione Puglia, Associazione Presidi del Libro, Provincia di Bari e Università di Bari), segnala una frase che avrebbe pronunciato, nella sala Esedra, l’11 febbraio, l’arcivescovo di Bari Cacucci: “Cristo ha tolto la
lebbra dal Vecchio Testamento”.
Bernardo Kelz è persona universalmente stimata, di assoluta affidabilità, molto conosciuto in Puglia e in Italia per la sua instancabile battaglia contro l’antisemitismo e in difesa dei diritti umani. Figlio di un eroe della Liberazione, Zygmunt Kelz – che entrò in Italia nelle fila dell’esercito polacco, ma lasciando dietro di sé, nell’abisso della Shoah, la prima moglie e il figlioletto, Bernard, il cui nome ha voluto dare al suo nuovo figlio, nato in Italia, diventata la sua nuova patria -, Bernardo junior si è sempre considero una sorta di portavoce del fratello assassinato, ed è anche a suo nome che chiede conto di quelle parole: “come amante della storia e soprattutto come fratello di un bimbo cancellato a Treblinka”. Perché “la Shoah non è altro che l’annientamento, lo sterminio di quei milioni di persone che a quel ‘Vecchio Testamento’, nonostante tutto, sono rimasti fedeli”. Certo, delle parole dell’Arcivescovo non c’è traccia scritta, ma solo la testimonianza di Kelz, che le ha ascoltate. Proprio perciò, crediamo, egli ha voluto scrivere la lettera, sperando di ottenere una smentita, o una parola di correzione, di chiarimento, di interpretazione. Tanto più necessaria in considerazione del particolare contesto in cui la frase sarebbe stata pronunciata, ossia le manifestazioni di commemorazione della Shoah, che renderebbero il suo carattere offensivo duplice: da una parte, infatti, si parrebbe riproporre, con parole particolarmente crude, la vecchia teologia medioevale dell’“errore ebraico”, dell’intrinseca inanità (diventata ‘lebbra’) delle Sacre Scritture, quando non illuminate dalla Verità del Vangelo; e, dall’altra, si farebbe ingiuria alle stesse vittime della Shoah che si vorrebbero onorare (e che, come ha ricordato Kelz, sono state uccise proprio in ragione della loro fedeltà all’Antica Alleanza).
Questa parola di chiarimento, però, non è ancora arrivata. Sarebbe bene, invece, se arrivasse. Lo meriterebbe, se non Bernardo junior, certamente Bernard senior, schiacciato da persone che portavano, esse sì, la lebbra nel cuore.

Francesco Lucrezi, storico