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Voci a confronto

Due eventi, entrambi assai presenti nella rassegna stampa, mostrano una prevenzione di buona parte degli intellettuali europei contro Israele, che si ammanta di nobili ragioni, ma è così singolare, fuori misura e ostinata da non potersi spiegare se non con l’antisemitismo. Uno è il caso del festival shakespeariano di Londra, una manifestazione (anzi una “maratona”, come scrivono i giornali) internazionale, cui partecipano decine di paesi, fra cui parecchi non proprio modelli esemplari di diritti umani (Cina, Russia, perfino l’Afghanistan). Un gruppo di attori e registi ha firmato un appello per escludere fra tutti solo Israele, per via degli “abusi” che commetterebbe nei “territori occupati” (Gatti sul Giornale, Meringolo sul Messaggero, Bagnoli sulla Stampa notizie su Repubblica e Avvenire). Il commento migliore è quello di Fiamma Nirenstein sul Giornale: “ Mentre a Gaza sono stati giustiziati tre poveracci, di cui uno condannato per collaborazionismo e due per stupro (e chissà qual è la verità, visto il magnifico sistema giudiziario), e sotto l’autorità palestinese si mettono in galera i blogger critici verso Abu Mazen. Ma su tutto questo Emma Thompson non avrà mai niente da dire. Il salottino buono adora biasimare gli ebrei, pardon, Israele.”
(E a proposito di simpatia acritica per i palestinesi, sulla rassegna stampa italiana non si trova traccia né delle condanne a morte di Gaza, né dei giornalisti imprigionati a Ramallah, su cui il web e la stampa internazionale hanno largamente parlato. In cambio si esalta per l’invito fatto da Monti e prontamente accettato da Muhammed Abbas per una presenza dell’Anp all’Expo di Milano del 2015: notizie su Giorno e sulla pagina milanese del Corriere.)
L’altro tema riguarda la reazione israeliana alla poesia-pamphlet di Gunther Grass contro la politica difensiva di Israele sull’atomica iraniana. Il ministro degli interni israeliano Yshai ha commentato la sparata dell’ex SS dicendo che lo scrittore non è benvenuto in Israele, cosa più che comprensibile, viste le sue posizioni; immediatamente ne è scattata la macchina propagandistica per cui Israele reprimerebbe la libertà di opinione (Nigro su Repubblica, Lemaitre su Le Monde, notizie sull’Unità e Il secolo XIX), è intervenuto il governo tedesco e non sono mancati coraggiosi intellettuali in sua difesa, fra cui – duole dirlo – A.B. Joshuah (intervista sulla Stampa). Da cui si deduce che a boicottare Israele si fa bene, ma se Israele reagisce in modo analogo, subito viene messo sul banco degli accusati. Da notare sulla rassegna anche il giubilo con cui De Giovannangeli (Unità) e Salerno (Messaggero) segnalano il riallineamento dell’Italia (dopo la parentesi filoisraeliana del precedente governo) “all’Europa” cioè alla tradizionale politica filo-palestinese. Ieri Monti ha fatto una dichiarazione piuttosto surreale, che segnala una notevole incompetenza sua o del suo ufficio stampa, parlando del “ritorno ai confini degli accordi del ’67”; gli accordi inesistenti sono spariti; ma sono rimasti i “confini”, che non sono mai stati confini per il diritto internazionale e che non sono del ’67 ma del ’49 e che un intellettuale di prestigio come Shmuel Trigano ha definito “i confini di Auschwitz”. L’Italia di Monti appoggia quelli, e non le importa che siano militarmente e demograficamente intenibili, non compresi negli accordi di Oslo: basta che l’Anp abbia dichiarato di aspirarvi per renderli legittimi, anzi obbligatori. Una posizione non certo “equilibrata” come vorrebbero i giornali, e non vale certo la visita a Jad Vashem e la ovvia condanna delle leggi razziali (che non furono e non sono un problema di Israele, ma dell’Italia) a compensarla (Pelosi sul Sole, Garibaldi sul Corriere).

Fra le altre notizie, da leggere sul Foglio la rievocazione di Miriam Mafai, scomparsa l’altro giorno; sul “Corriere” Frediano Sessi a proposito delle manifestazioni che ricordano l’anniversario della morte di Primo Levi; ancora sul “Corriere” l’analisi di Franco Venturini sul disastro islamista che sta uscendo dalle “primavere arabe”; sul “Wall Street Journal” l’analisi di Gerald Seib sui problemi fra Israele e Stati Uniti a proposito delle trattative con l’Iran.

Ugo Volli