Qui Genova – Alla scoperta delle chiavi perdute

Musica e Parole. La preghiera nella tradizione ebraica: alla scoperta delle chiavi perdute è il titolo della serata organizzata dal Dipartimento Educazione e Cultura dell’Unione delle Comunita’ Ebraiche Italiane insieme alla Comunità ebraica e l’Adei-Wizo di Genova al Centro Sociale Dino Foa.
Si tratta di un tema a cui i relatori invitati, lo psicanalista David Meghnagi e la psicologa Daniela Abravanel, lavorano da tempo, per ritrovare quelle “chiavi perdute” in un duplice senso, non solo musicale ma anche interpretativo: filo conduttore della serata è stato infatti riscoprire e ricollocare il rituale di preghiera ebraico, la tefillà, all’interno di un quadro complesso e interpretativo ebraico, svelando l’importanza e la centralità della preghiera nella tradizione ebraica, oltre a mostrare il senso che essa può avere nella vita e nella quotidianità alla luce di alcune ricerche in psicologia. Non solo le parole della preghiera ma anche la musica ad essa associata mostrano soprattutto una cosa: la volontà di aprirsi al mondo e costruire una visualizzazione positiva della realtà. Come ha fatto notare Daniela Abravanel questa è l’opera che soprattutto Miriam, sorella di Mosè, ha insegnato al popolo ebraico. La preghiera nell’ebraismo secondo David Meghnagi sembra infatti avere proprio questa funzione di mediazione tra sé e la realtà e potremmo dire avere un ruolo curativo e positivo di grande importanza. Anche la musica, prevalentemente basata sul “Mi” e non sul “Do”, come invece la musica gregoriana, sembra confermare la stessa funzione: apertura positiva al mondo e alla vita e al sentimento di gioia. Per questo si tratta di “musica e parole” che rafforzano una certa disposizione d’animo e che accompagnano, non a caso, i nostri gesti, quello che vediamo e sentiamo nella nostra quotidianità, circostanze e occasioni, dal risveglio della mattina al momento in cui ci corichiamo. Anche rav Giuseppe Momigliano, rabbino capo di Genova, nelle sue conclusioni ha rafforzato proprio questa idea di apertura e anche di studio che la tefillà rappresenta: essa infatti raccoglie molti brani della Torah oltre ai testi poetici d’autore. Sarebbe ora troppo lungo raccontare le riflessioni e i numerosi stimoli della serata.
Credo che tra i tanti meriti della due relazione vi sia il tentativo di offrire una cornice adeguata, potremmo dire “al passo coi tempi”, a una pratica che spesso rischia di divenire mera ritualità senza un grande significato, un semplice gesto spesso sconnesso da una riflessione e una curiosa consapevolezza. Svelare i significati originari di una pratica alla luce della tradizione e delle conoscenze che oggi abbiamo non fanno che dare senso, rivitalizzare e riattualizzare gesti e pratiche che ci arrivano da lontano e magari non sappiamo perché…

Ilana Bahbout