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Primo Levi e il telefono che funziona

“Deve essere un telefono che funziona, il libro scritto”. Sono le parole con cui Primo Levi rivendica le ragioni della chiarezza, una delle poche polemiche culturali da lui portate avanti insieme a quelle contro i negazionismi e un revisionismo storico troppo spinti. Lo scrittore, era infatti uso sostenere, ha da dire ciò deve e deve farlo in modo chiaro. Quando scrivo, diceva, sento di avere il mio lettore vicino. Ha preso le mosse da questa prospettiva, che schiude notevoli orizzonti di lettura sull’opera del grande autore torinese, la terza Lezione Primo Levi, a cura del Centro internazionale di studi Primo Levi, che questa mattina al Salone del Libro di Torino ha visto a confronto Stefano Bartezzaghi e Domenico Scarpa.
L’ultimo libro di Bartezzaghi, Telefonata con Primo Levi (Einaudi), si sofferma infatti proprio sull’interesse per il linguaggio e sulla capacità comunicativa di Levi. “Se tentiamo di anagrammare il suo nome ne esce la definizione l’Impervio – ha detto Bartezzaghi, maestro dei giochi linguistici -. E’ un anagramma che mi ha sempre fatto sorridere perché se c’è uno scrittore non impervio è proprio Primo Levi, perché la sua opera può essere percorsa in maniera liscia, piacevole”.
Tanta chiarezza è frutto di una ricerca raffinata e costante, forse talvolta inconsapevole (lo stesso Levi, racconta Bartezzaghi, chiese a Giampaolo Dossena di chiarirgli alcuni meccanismi). “Levi spesso parlava di linguaggio, tanto da essere considerato un linguista dagli stessi specialisti, senza però mai ricorrere a termini ostici. Chiamava ad esempio idee accessorie ciò che in semiotica viene definito connotazione. Non aveva bisogno inventare termini complicati per dire che a ogni parola è collegata un’idea e che proprio per questo le lingue non sono mai perfettamente traducibili: perché abbiamo le parole per dire le stesse cose ma ciascuna parola porta altro con sé”.
E’ una passione, quella di Levi per il linguaggio, che si esprime anche nell’inclinazione per i rebus (cui si dedicava nelle notti insonni), per i palindromi, le allitterazioni o le metafore di cui il serbatoio principale era Dante, così presente anche in Se questo è un uomo. Alla luce di questi aspetti l’opera di Primo Levi si situa in una prospettiva nuova. “Non si capisce Se questo è un uomo, e infatti a suo tempo non fu capito, se non si tiene conto della complessità della ricerca dell’autore – sottolinea Bartezzaghi – E’ un libro che da anni ormai si incontra a scuola ed è dunque una delle prime letture che si fanno: non può risaltare sullo sfondo di altre letture. Leggendolo dopo ci si rende invece conto che è uno dei libri più strani della letteratura italiana. In ogni sua frase ci dice una cosa e la commenta, spesso da due punti di vista diversi”. E a guardarla così appare naturale l’accostamento di Levi a David Foster Wallace, autore americano altrettanto interessato all’universo delle parole. Stefano Bartezzaghi, al termine del volume, li immagina passeggiare lungo il Po immersi in una lingua tutta loro a discutere di accezioni e personaggi in quell’universo altro che accomuna tutti gli scrittori.

Daniela Gross – twitter@dgrossmoked