Qui Milano – Primo Levi, echi di una voce del nostro tempo

Un personaggio, una voce, una storia dai tanti volti. Questo è il Primo Levi raccontato in “Echi di una voce del nostro tempo. Primo Levi fra noi” appuntamento al Teatro Franco Parenti di Milano che lo ha ricordato a 25 anni dalla scomparsa.
Davanti a una sala gremita, il professor David Meghnagi, direttore del Master di didattica della Shoah dell’Università Roma Tre, il critico letterario Alberto Cavaglion e lo storico delle idee David Bidussa hanno condiviso la loro visione del Primo Levi scrittore, testimone, chimico, ebreo italiano, in un dialogo a tre voci moderato dal giornalista Stefano Jesurum.
Ad accogliere pubblico e relatori della serata organizzata dalla Comunità Ebraica di Milano con la collaborazione di Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea, Centro Internazionale di Studi Primo Levi, Nuovo convegno, Master Internazionale di II Livello in Didattica della Shoah dell’Università di Roma Tre, sono stati la direttrice del Teatro Parenti Andrée Ruth Shammah e l’assessore alla cultura della Comunità ebraica di Milano Daniele Cohen. Poi la discussione si è dipanata tra citazioni degli scritti di Primo Levi, suggestioni nascoste, scelte di linguaggio e, soprattutto, insegnamenti.
Se Jesurum nella sua introduzione ha posto l’accento sulla dimensione etica di Primo Levi, un’etica che diventa la cifra comune delle sue molteplici radici, il professor Meghnagi si è concentrato sul Primo Levi scrittore, sulla sua grandezza mal sopportata dai circoli letterari che per questa ragione lo inquadrarono nella categoria di ‘testimone’ sfuggendo così al confronto. “L’amore per la parola è la grandezza di Primo Levi, nella prosa dal linguaggio marmoreo e asciutto, come nelle sue poesie, che troppo spesso vengono trascurate, e che sono invece fondamentali, come Mezuzot poste all’ingresso dei suoi scritti”.
“A tutti noi che oggi ci occupiamo di Primo Levi rimane il grande rimpianto di non avergli posto tante domande quando ancora era in vita – ha ammesso Alberto Cavaglion, curatore di una nuova edizione commentata di Se questo è un uomo pubblicata da Einaudi proprio in occasione del venticinquesimo anniversario della scomparsa dell’autore (per leggerne uno stralcio contenuto nell’ultimo numero di Pagine Ebraiche clicca qui. Gli scritti di Primo Levi sono pieni di citazioni, di rimandi, di allusioni. Naturalmente i suoi primi libri sono molto diversi dagli ultimi. E se quando era ancora in vita, le sue opere venivano generalmente considerate un inno alla speranza dalle ceneri di Auschwitz, dopo la sua tragica morte vi è stata la tendenza a una rilettura retrospettiva, un’operazione sempre pericolosa”.
“Se Italo Calvino nelle sue opere sceglie di far leva sul senso della vista, Primo Levi lavora invece sul senso del tatto – ha messo in evidenza Bidussa – Pensiamo a quanto attenzione dedica alla mano, come elemento negativo che perpetra violenza fisica e morale, ma anche come elemento positivo, con le pagine dedicate all’etica del lavoro, all’importanza del sapere manuale, operoso e privo di presunzione”. E sollecitato a spiegare quali siano dunque gli insegnamenti che Primo Levi ha lasciato, ha aggiunto “Leggendo Se questo è un uomo, ci accorgiamo che ogni momento della vita del lager accade una sola volta, non certo perché questa fosse la realtà, ma per comunicare efficacemente, per consentire al lettore di capire. Ancora oggi non siamo capaci di raccontare e di rappresentare gli stermini che avvengono vicini e lontani da noi. Pensare in modo creativo, comunicare e, soprattutto, porsi delle domande. Ritengo sia questa la chiave per garantire che gli echi di Primo Levi continuino a essere ascoltati”.

Rossella Tercatin – twitter @rtercatinmoked