La legge dell’altro e l’etica universale

Si conclude con la quarta sessione, tenuta stamane al Centro bibliografico “Tullia Zevi” dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, il convegno “Essere ebrei”, organizzato con il patrocinio di UCEI, Comunità ebraica di Roma, Benè Berith in collaborazione con l’Università la Sapienza di Roma, la lunga riflessione filosofica, la prima di questo genere in Italia, che partendo dalla domanda “che cosa significa essere ebrei?” ha attraversato il pensiero del Novecento, da Franz Rosenzweig a Ludwig Wittgenstein, da Emmanuel Lévinas a Jacques Derrida, per giungere ai nostri giorni. “I principi che la filosofia ha ritenuto validi non hanno retto alla prova di Auschwitz, – osserva infatti la professoressa Donatella Di Cesare, organizzatrice del convegno – dove il limite etico ha perso ogni senso di fronte alla degradazione assoluta dell’umano, alla privazione della dignità non solo della vita, ma persino della morte. È dopo Auschwitz che viene rivendicata l’universalità dell’etica ebraica”.
Ed è proprio dopo Auschwitz (meglio dire negli ultimi decenni) che la filosofia in forme e modalità differenti si interroga su cosa significhi essere ebrei come hanno messo in risalto i relatori intervenuti nella maratona filosofica conclusasi con la tavola rotonda cui hanno preso parte quest’oggi il presidente del Benè Berith Sandro Di Castro, Ilana Bahbout, Lisa Block de Behar, Danielle Cohen Lévinas, Donatella Di Cesare, Manfred Gestenfeld, Shmuel Trigano e Vittorio Robiati Bendaud.
Nella sessione finale dei lavori infatti si è parlato di identità ebraica, di Shoah, di ebraismo della quantità e della qualità, concetto cui ha fatto riferimento Sandro Di Castro per parlare di una “qualità” della cultura ebraica che sappia rispondere alle sfide della società moderna. “Quello che si voleva fare durante il periodo dei Ghetti era appunto uccidere la cultura ebraica, sottolinea Di Castro, e il rogo del Talmud ne è la più eclatante dimostrazione”.
Un vivace dibattito è scaturito dal confronto fra le opinioni dei relatori presenti sull’ebraismo europeo (e italiano in particolare), sulla figura dell’intellettuale ebreo, sul suo ruolo nella società moderna, sulla possibilità di riflettere in un modo nuovo o diverso sulla tragedia dei campi di sterminio e su quale possa essere il futuro culturale di questa identità, questioni strettamente connesse alla domanda principale sull’essere ebrei che rivela qui la sua ampiezza e la sua profondità. “Non si tratta infatti di domandarsi sul modo di mantenere in vita l’ebraismo” spiega la Di Cesare. “L’ebraismo, forma di vita che si rimette alle mitzvòt, insegna alla filosofia l’eteronomia, la legge dell’Altro. L’ebreo che compie la mitzvà, che fa, prima di ascoltare, diventa la figura esemplare di una nuova etica universale”.

Lucilla Efrati – twitter @lefratimoked