Qui Napoli – La Praga di Bob Wilson
Attori che si muovono come marionette mentre fili simbolici pendono sullo sfondo, gesti stilizzati, dizione a metà fra la recitazione e il canto, costumi e acconciature tanto antirealistici da sembrare cartoni animati… Sono questi alcuni degli elementi che caratterizzano Il caso Makropulos, nuova regia dell’americano Bob Wilson che ha debuttato al Teatro Mercadante di Napoli, primo spettacolo del Napoli Teatro Festival Italia diretto, da quest’anno, da Luca De Fusco. Per la quinta edizione del festival il neo direttore artistico ha deciso di darsi un programma a mio avviso giustissimo e adatto all’attuale situazione del nostro Paese: togliere peso senza perdere profondità. Nelle intenzioni di De Fusco, gli spettacoli di quest’anno dovrebbero essere accessibili a tutti e comunicare semplicemente sentimenti e concetti profondi. Esteticamente appagante dal primo all’ultimo sguardo, divertente per la composizione dei linguaggi che attingono un po’ ovunque dal fumetto all’opera lirica, il nuovo spettacolo di Wilson promette di rispondere positivamente alla sfida. Scritto dal ceco Karel Čapek nel 1922, Il caso Makropulos è una commedia fantastica che si muove in un universo tipicamente boemo e inevitabilmente kafkiano. Siamo a Praga, nello studio di un avvocato alle prese con un caso che dura da 90 anni, ereditato da suo padre “come una malattia”. Per giunta, il cliente si chiama Gregor. Le carte e i fascicoli impilati negli anni sono ormai tanti da formare alte torri simili a quelle di Anselm Kiefer. Infine, nessuno ricorda più quale sia il motivo della contesa, ma ormai sono entrambi, avvocato e cliente, talmente affezionati al caso da non volere che si risolva.
Praga vuol però dire anche teatro delle marionette, e proprio a questo mondo si affida la regia di Wilson per suggerire una certa leggerezza, un distacco ironico dalla vicenda narrata.
Fra l’assurdo e il surreale, la trama si snoda attorno alla figura di Emma Marty, cantante dell’Opera di Praga dalle molteplici identità che vive da 337 anni grazie a un filtro magico somministratole ai tempi dell’imperatore Rodolfo II, di cui suo padre era medico personale e che impose allo scienziato di provare l’elisir sulla propria figlia prima di assumerlo lui stesso.
La cantante ha avuto oltre tre secoli per perfezionare la propria tecnica vocale e di conseguenza non c’è nessuna altra al mondo che canti come lei, ma in compenso la sua perfezione dà dolore, non ha nulla di umano che possa confortare chi la ascolta.
Mentre intorno a lei i personaggi amano, soffrono, addirittura muoiono per amore, Emma Marty ha smesso di vivere realmente almeno duecento anni prima: non è più in grado di provare passione. Chiusa nella sua perfezione e impenetrabile ai sentimenti, non desidera più continuare a vivere ma ha troppa paura per decidersi a morire.
Quando però un suo giovane e ingenuo ammiratore si suicida dopo essere stato abbandonato dalla fidanzata aspirante cantante che vuole rinunciare a ogni passione per dedicarsi – come la Marty – soltanto alla musica, la donna quasi immortale comprende che la vita merita di essere vissuta solo se per un periodo finito. Contemporaneamente, la giovane cantante si impadronisce della ricetta dell’elisir di giovinezza e le dà fuoco, rompendo per sempre la maledizione. La finitezza e l’imperfezione della vita potranno allora finalmente prevalere: la donna viene accompagnata nella sua dipartita da una grandiosa danza macabra nella quale ognuno dei personaggi suona un diverso strumento citando, come in un tableaux vivant, una storica fotografia della New Orleans degli anni ’20.
L’impressione che rimane è che forma e contenuto si siano influenzati a vicenda, fino a creare uno spettacolo talmente perfetto dal punto di vista della recitazione, dei costumi, del disegno delle luci e di ogni altro elemento da restare in qualche modo troppo lontano dalla reale complessità del problema. La bellezza formale dello spettacolo non comunica il dolore del testo; gesti, sentimenti e relazioni sono sempre rappresentati, mai vissuti.
Si potrebbe applicare all’intero spettacolo la definizione che uno dei personaggi dà della notte passata con Emma Marty: “E’ come abbracciare un blocco di marmo”.
Miriam Camerini