Tea for Two – Compagni di scuola

Alcuni giorni fa ho rivisto dei vecchi compagni del liceo e sono stata investita da queste parole: “Tranquilla, ho usato un piatto e un coltello appositamente per la carne, così puoi mangiare il resto”. Probabilmente ero particolarmente sentimentale, ma mi sono quasi commossa e l’evento, come una madeleine proustiana, mi ha fatto tornare con la mente al primo giorno del liceo. Che poi non era propriamente il primo giorno ma il terzo (Rosh Hashanà aveva fatto del suo meglio come al solito) e non era propriamente un giorno qualunque, ma Shabbath. Ebbene sì: stavo per andare a scuola due giorni dopo gli studenti comuni, senza zaino, senza la prospettiva di prendere appunti e con un maglioncino rosa che non voleva proprio saperne di elaborare la fine degli anni ’90. Mancava giusto un pony con la criniera arcobaleno a completare il quadretto surreale. Avendo frequentato la scuola ebraica fino a quattordici anni mi sentivo un po’ come Caterina va in città, la protagonista del film di Virzì. Ma non è tutto. Sapete quale era la materia della prima ora del terzo giorno di scuola? Religione. Varcata la soglia dell’aula e avendo parzialmente fatto la radiografia ai miei compagni sono stata spedita in biblioteca. “Perché sei senza zaino?”, “Sai che sembri indiana?”, “Sei ebrea, infatti dicevo che non mi sembravi italiana”. Ero totalmente preda degli eventi e poco pronta alle domande. Era shabbath, ero a scuola invece di essere sdraiata sul divano a leggere Vanity fair in pigiama e dovevo ancora spiegare tutto a tutti. Horror pleni. Qualche professore era preparato, altri si grattavano la testa un po’ disorientati:” Quindi il sabato non scrivi, quindi dovrai recuperare i compiti in classe”. Per la cronaca tre ore di latino e greco. Da quel momento topico, ne sono passati di giorni trascorsi a recuperare verifiche in altre classi con il sottofondo della spiegazione dei Promessi sposi mentre traducevo l’innocuo Esopo. Ma la cosa più strabiliante è accaduta con i miei compagni di classe, i colleghi di sventura, quelli con i quali piangere per il primo compito di chimica e con i quali esultare per uno sciopero improvviso. Ero una aliena proveniente dal pianeta Kosher, ogni sabato facevo delle cose un po’ strane, o meglio non facevo quasi nulla, perché era Ciabatte (fu storpiato genialmente così), ma i compagni di classe hanno piano piano preso parte della mia vita. E se inizialmente ero diffidente e corrucciata, sono diventata – per dirla alla Carmen Consoli- confusa e felice. Felice di avere un’ amica che ha riepito uno scaffale della cucina di scatolette di tonno e di mais per quando mi fermavo a pranzo, la stessa amica che per la festa dei suoi vent’anni ha comprato la torta in una pasticceria kasher. Un giorno c’era una gita di sabato e un’altra mia amica ha fatto la strada con me a piedi, lasciandomi di stucco. E alla fine il quinto anno, quando un professore fissava la data di un compito di Shabbat, non ero io, ma qualcuno della classe ad alzarsi e dire: “E Rachel?”. Per quanto alle volte io creda di vivere sopra una nuvola di zucchero filato, mi rendo conto di essere capitata in una classe diversa, magica. E azioni come quelle citate sopra mi hanno permesso di sopportare anche tutte le frustrazioni, il fatto che un preside (che è stato in carica meno di un anno) mi abbia detto che andavo contro la legge italiana perché il sabato non portavo con me la carta di identità, i giorni nei quali la macchinetta delle merendine mi tentava con tramezzini in scatola, tutte le volte nelle quali ho detto: “No, non posso” e anche quando, appena tornata da Israele, qualcuno mi ha chiesto: “Ma sei appena stata in Iraq, vero?”, per non parlare degli appunti che ho fotocopiato o delle volte in cui dovevo spiegare tutto a un nuovo professore e volevo semplicemente diventare invisibile e fluttuare per la classe. In Saturno contro, Ferzan Özpetek fa pronunciare a un personaggio questa frase: “Non si tratta di comprendere, si tratta di condividere”. Ed è esattamente quello che i miei compagni di classe hanno fatto con me, regalandomi momenti estramemente poetici.

Rachel Silvera, studentessa – twitter@RachelSilvera2