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La ribellione di Qòrach e dei suoi accoliti sembra essere una contestazione non del tutto negativa: ciò che questi Leviti chiedono è – tutto sommato – una maggiore partecipazione al servizio divino, cosa che poteva anche essere giustificabile se consideriamo che nell’episodio del vitello d’oro la tribù di Levì era stata l’unica che fosse rimasta totalmente fedele a Ha-Qadòsh Barùkh Hu’, e quindi non appare strano che essi non siano contenti del fatto che solo a una parte di loro sia dato un ruolo di preminenza. Invece i Maestri – ma anche lo stesso dipanarsi del racconto – ne fanno un episodio di gravità eccezionale; in effetti, nella loro ottica, non si tratta di una ribellione contro Moshè ed Aharòn, ma di una ribellione contro Ha-Qadòsh Barùkh Hu’. Narrano infatti i Maestri del Midràsh che Qòrach, da buon demagogo, tentò di mettere pubblicamente in ridicolo Moshè e la “sua” legge, facendo domande banali e capziose: se un indumento quadrangolare interamente tinto di “Tekhéleth” abbia o meno bisogno dello Tzitzìth (nel quale un filo è di Tekhéleth), se una casa piena e ricolma di rotoli della Torà abbia o meno bisogno di mezuzà. Accusò Moshè perfino di avidità nei confronti dei poveri, raccontando: “Una povera vedova aveva un campicello. Quando lo volle arare, venne Moshè a vietarle di aggiogare insieme il suo unico bue e il suo unico asino; quando lo volle seminare, venne Moshè e le vietò di seminare specie miste; al tempo del raccolto, Moshè le ordinò di lasciare gli angoli non mietuti e di non raccogliere ciò che cadeva durante il lavoro; venne poi ad esigere un sessantesimo per Aharòn, un decimo per i Leviti ed un altro decimo per i poveri. La donna, a questo punto, vendette il campo e comprò delle pecore. Venne Aharòn e pretese la decima del bestiame, i primi biocchi di lana e tutti i primogeniti; volle allora macellarle tutte, ma venne ancora Aharòn e pretese le zampe anteriori, le guance e le interiora. Così fu che la donna, disperata, donò tutto al Santuario!” Ora, è evidente che tutto questo discorso è demagogico: noi sappiamo che qualunque legge non può tenere conto di casi singoli. Il vero motivo di Qòrach era l’invidia di una posizione preminente, cosa per la quale era pronto a calpestare quanto c’è di più sacro. Lui sapeva, come chiunque altro, che la Torà non è la legge di Moshè, ma quella di Ha-Qadòsh Barùkh Hu’, e quindi la sua presa in giro era contro Ha-Qadòsh Barùkh Hu’. Anche questa è una costante nella storia: chi soffre di sfrenata voglia di comandare calpesta anche l’autorità divina. Invece la concezione ebraica è, ed è sempre stata, che il comando è un onere più che un onore: chi si trova ad essere investito di un incarico deve farlo con senso di responsabilità e di servizio, non con superiorità e albagia.

Elia Richetti, presidente dell’Assemblea rabbinica italiana