Passo di danza, dal sacro al profano
Quando gli chiedo quale sia la trama del suo spettacolo di danza, Rami Be’er, coreografo dell’israeliana Kibbutz Contemporary Dance Company, ospite al Napoli Teatro Festival Italia, mi sorride pazientemente prima di rispondere: “Ognuno deve scegliere, decidere che cosa significa per lui ciò che vede, io creo immagini e suggestioni, non racconto una storia, non lo faccio mai. A seconda della personalità e delle esperienze vissute, a ogni spettatore i gesti dei ballerini comunicano una situazione diversa”. Sicuramente però un motivo guida c’è, ed è quello che funge da titolo allo spettacolo presentato al festival il 19 e 20 giugno: Bein kodesh le’hol. Costruito tutto attorno al duplice significato di una parola, tanto da far pensare che sia stato il corto circuito linguistico a fornire la materia di ispirazione dell’intero spettacolo, Bein kodesh le’hol significa letteralmente “tra sacro e profano”, espressione tipica del mondo culturale e religioso ebraico, presente per esempio nella Havdalà, dove sta a indicare la separazione tra giorno sacro e giorno non sacro. Hol significa però anche sabbia: le due parole in ebraico si scrivono nello stesso modo ma hanno significati diversi. Lo spettacolo di Be’er è in un certo modo il tentativo di risolvere tale ambivalenza, armonizzarla in un unico concetto. Su di un palco cosparso di sabbia, Be’er e i suoi 13 formidabili danzatori creano e distruggono mondi interi nel tentativo di armonizzare cielo e terra, materia e ispirazione. “L’arte è qualcosa di sacro” prosegue Be’er, “Ma è composta da tanti granelli di lavoro duro, concreto e materiale”. La danza in particolare è l’arte più fisica che ci sia, fatta di sudore e piedi doloranti, che conducono però a un risultato sublime, all’illusione che l’essere umano possa liberarsi della propria pesantezza terrestre.
La sabbia riporta anche all’immmagine della clessidra, evocata nel primo quadro, e quindi allo scorrere del tempo, scorrere concreto, della sabbia nel vetro. “Forse questo è il sacro” suggerisce Be’er, “Il tempo esiste prima di tutto, prima che i ballerini inizino a danzare”.
E’ possibile anche leggere nella coreografia una Storia delle relazioni umane: dapprima una coppia archetipica, forse Adamo ed Eva, danza in un mondo di terra che si spacca, come appena plasmata. Successivamente, tre uomini che indossano lunghe gonne, “abiti sacri, da Dervisci o da Cohanim”, propone Be’er, compiono un rito. Potrebbero però anche essere androgini, ricollegabili al mito primigenio dell’uomo-donna.
Dopo i tre sacerdoti è il turno di due uomini che si combattono, forse uno la vita selvatica e l’altro la civiltà, simile a una cavia da laboratorio. La storia dei combattimenti tra gli uomini si conclude con una crocefissione che è anche già una deposizione, in cui un danzatore tiene appeso l’altro per le ascelle. Mentre gli uomini si combattono e distruggono il mondo, un gruppo di donne irrompe sulla scena battendo il tempo unanimamente e ristabilendo l’armonia. Si chiude così la coreografia, con uno splendido volo, bianco e ritmato.
“La Kibbutz Contemporary Dance Company risiede nella Galilea occidentale, in un villaggio di danza internazionale all’interno del kibbutz Ga’aton, in un territorio in cui coesistono ebrei e arabi”, mi spiega Yoni Avital, organizzatore delle performance internazionali della compagnia nonché musicista della band israeliana “The Shuk”, a sua volta impegnato nella circolazione di musica ebraica fra Europa e Stati Uniti. “I nostri danzatori sono spesso impegnati in progetti di scambio culturale e insegnano in diverse scuole di danza arabe sul territorio. Inoltre, la nostra compagnia è parte di un progetto della Sochnut, l’Agenzia ebraica, chiamato Masà Machol: giovani danzatori professionisti da tutto il mondo possono perfezionarsi da noi per un semestre. Alcuni negli anni hanno deciso di rimanere, sono entrati a far parte della compagnia e stasera danzano qui a Napoli”.
Forse era necessario che fosse una compagnia proveniente da Israele, dove la componente spirituale sembra respirare dentro la sabbia del deserto, a mostrarci in che modo l’essere umano può far da tramite fra cielo e terra. Questa è però solo la mia lettura: come la sabbia assume forme diverse a seconda del recipiente che la contiene, le immagini di Be’er possono raccontare infinite storie a seconda dell’interpretazione soggettiva di chi le guarda.
Miriam Camerini, regista
Triplice appuntamento con la danza di Israele domani sera al Napoli Teatro Festival. La rassegna partenopea, giunta al penultimo giorno di eventi, vedrà infatti protagonisti Vertigo Dance Company (Birth of the phoenix), Kibbutz Dance Contemporary Company (If it all) e Dafi Dance Group (Sensitivity to heat). Il compito di chiudere lo speciale focus sulle nuove tendenze artistiche israeliane, realizzato col patrocinio dell’ambasciata di Israele in Italia (nella foto un momento dell’incontro tra l’ambasciatore Naor Gilon e la dirigenza della Comunità ebraica napoletana svoltosi dopo il concerto inaugurale di Noa) toccherà poi ancora ai Dafi Dance Group con una nuova attessima performance in programma domenica sera al Parco Archeologico di Pausilypon.
Per maggiori informazioni sul programma visita il sito www.napoliteatrofestival.it