Suu Kyi ha ritirato il Nobel per la pace. E ora?

Pochi giorni fa Aung San Suu Kyi, ha potuto ritirare il Premio Nobel per la pace che le era stato conferito nel 1991. Leader storico della resistenza del Myanmar (Birmania, secondo la nomenclatura del colonialismo occidentale), per più di venti anni sottoposta a pesanti limitazioni della liberta da parte del regime militare, ora parlamentare, Suu Kyi ha ribadito in un commosso discorso a Oslo i punti fondamentali della propria ideologia non-violenta e della fede buddista che la ispira. «Tra gli aspetti positivi dell’avversità – ha dichiarato – trovo che il più prezioso sia costituito dalle lezioni che ho imparato sul valore della bontà d’animo. Essere gentili vuol dire dare risposte cariche di sensibilità e di calore umano alle speranze e ai bisogni degli altri. Persino la più sfuggente manifestazione di bontà d’animo può alleggerire la pesantezza di un cuore. La gentilezza può cambiare la vita delle persone. In ultima istanza, il nostro obiettivo dovrebbe essere creare un mondo dove non ci siano persone senza terra, senza un tetto e senza speranza». Questa composta dignità non ha certamente un compito facile di fronte a sé: per quanto forse avviato da qualche mese verso un percorso democratico, il Myanmar è un puzzle di oltre 130 gruppi etnici, il principale dei quali – Bamar, a cui la stessa Suu Kyi appartiene, circa il 60 per cento della popolazione – non ha finora manifestato particolare rispetto per le minoranze culturali e linguistiche. Pochi giorni fa nella parte ovest del paese, vi è stata una nuova serie di scontri, con numerosi morti, fra la maggioranza buddista e i musulmani Rohingya, gruppo minoritario e discriminato a cui la cittadinanza birmana non è riconosciuta. Lo stato di emergenza che ne è derivato non promette purtroppo soluzioni gentili.

Enzo Campelli, sociologo