Tel Aviv – L’asilo rifugio per i bimbi da lontano

Infiltrati. Così le autorità israeliane e media hanno definito i migranti, per lo più eritrei e sudanesi, che hanno attraversato il Sinai in cerca di asilo politico. Cancro è stato l’appellativo affibbiatogli dalla deputata del Likud Miri Regev. Definizioni a parte, emerge un problema a cui Israele deve far fronte: le migliaia di persone che dall’Africa si riversano in Israele, in fuga dalla violenza e gli stenti dei paesi natii.
Mentre il governo tuona e i nazionalisti manifestano, l’amministrazione di Tel Aviv cerca di rispondere alle preoccupazioni dei residenti e alle difficoltà dei rifugiati. Così nella poco accogliente stazione centrale dei bus della metropoli israeliana, è nato un progetto di riqualificazione che si estende a tutta la zona. Al quarto piano dell’edificio è stato creato un asilo nido e doposcuola per i bambini dei lavoratori stranieri e dei rifugiati. Si tratta dell’iniziativa Unitaf, che coinvolge la municipalità e la Yehuda Tribitch Memorial Fund for Social Involvement. “Cerchiamo di recuperare gli spazi vuoti e in disuso della stazione e adattarli ai bisogni della comunità, rendendoli il più vivibili possibile”, spiega sul quotidiano Haaretz l’architetto Yoav Meiri, responsabile del progetto. Un esperimento ambizioso che vuole reinserire nel tessuto cittadino una struttura spesso associata al degrado, facendola diventare uno spazio sociale. Un centinaio i bambini coinvolti che saranno seguiti da operatori professionali, maestri e volontari. Già attivo in altri quartieri a sud di Tel Aviv (Hatikva, Shapira e nell’are del mercato Carmel), il progetto Unitaf si rivolge a un’utenza praticamente priva di diritti. E la minaccia del trasferimento forzato nei paesi d’origine rende ancora più diffidenti le tante famiglie che vivono attorno alla struttura. La zona limitrofa alla stazione centrale è diventato gradualmente il rifugio privilegiato dai citati “infiltrati”, che dormono nelle piazze e sulle panchine del quartiere, complicando la vita dei residenti. “Capiamo le loro difficoltà – spiega un signore durante una trasmissione televisiva – ma la sensazione di degrado e di microcriminalità non può farci stare tranquilli. Le autorità dovrebbero intervenire per aiutarli, così aiuterebbero anche noi”. Meno pacate le dimostrazioni andate in scena lo scorso maggio. Alcune migliaia di persone sono scese per le strade di Tel Aviv sud con cartelli a favore dell’espulsione o con scritto “oggi è toccato a mia figlia, domani alla tua”. Nonostante il tasso di criminalità tra gli irregolari sia molto inferiore rispetto allo stesso valore considerato per il resto della popolazione (2,4 per cento il primo, 5 per cento il secondo – dati della polizia israeliana), è cresciuta a dismisura l’insofferenza nei confronti degli infiltrati. Senza casa, vagabondi e disoccupati, i cittadini si sentono minacciati da questa nuova presenza. Il progetto Unitaf si propone, nell’impasse dell’autorità centrale, di smussare i contrasti e le tensioni tra i due gruppi, puntando sulla riqualificazione urbana. Uno spazio vivibile per una società più vivibile sembra essere lo slogan. E vista la struttura della stazione centrale, in cui i progettisti vogliono creare anche uno spazio ludico oltre a asilo nido e doposcuola, i passi da fare sono ancora molti. Ma almeno si cerca di dare una soluzione.

Daniel Reichel, Pagine Ebraiche, luglio 2012