Redazione aperta – Un metodo contro la chiusura

Una giornata ricca di confronti. Dopo una mattinata tranquilla, noi ragazzi della Redazione aperta ci siamo recati, come di consueto, alla casa di riposo ,dove abbiamo pranzato in compagnia del rav Benedetto Carucci Viterbi, preside delle scuole medie e del liceo ebraico di Roma. Per stemperare l’atmosfera ognuno degli aspiranti giornalisti si è presentato, intervallando le spiegazioni a commenti sulla scuola italiana e sui rapporti tra gli studenti ebrei e Israele.
Seconda tappa della giornata: la scuola ebraica di Trieste. Le parole del rav hanno generato un intenso dibattito nel nostro circolo culturale, che così mi permetto di definire a causa della disposizione delle sedie, in cerchio, e di cui il rav è stato l’indiscusso protagonista. Egli infatti ha scelto un argomento estremamente attuale e di grande importanza, proponendoci degli spunti molto interessanti. Siamo partiti proprio dall’idea di una “redazione aperta”, in cui ognuno sia libero di confrontarsi con l’altro e con il mondo e, facendo tesoro dell’esperienza, possa esprimersi attraverso la scrittura, senza dimenticare che ci sono delle linee guide imposte da un Direttore. Aperto, dunque, non vuol dire sconclusionato. Allo stesso modo si può parlare dell’approccio ebraico allo studio, che si basa sì su un testo scritto, che in quanto tale sembrerebbe negare ogni apertura, ma comprende in realtà anche una tradizione orale, che è l’apertura per definizione. La tradizione orale e la tradizione scritta sembrerebbero essere due realtà totalmente alternative: eppure, come il rav ci ha fatto notare, esse coesistono. Come due occhi strabici sono gli strumenti di uno stesso individuo, così le due direzioni appartengono comunque a un’unica tradizione, in cui l’interpretazione non potrà fare a meno del testo scritto e vice versa.
Molto particolare l’interpretazione del filosofo ebreo-francese Emmanuel Lévinas, il “filosofo del volto”, riguardo alla disposizione del sinedrio descritta nella Mishnah: la forma ad anfiteatro permette agli uomini di guardarsi in viso durante le discussioni, e simboleggia apertura verso l’esterno. Il volto dell’altro non è semplicemente un motivo di confronto, ma è anche il più pressante invito all’eticità. Dunque il sinedrio rappresenta a sua volta un duplice aspetto: da una parte l’individuo è costretto a dialogare con l’altro e a sentire un obbligo etico nei suoi confronti; dall’altra si apre verso il mondo. Nessuno di questi due aspetti esclude l’altro, anzi, sono complementari.
Anche nel mondo ebraico non c’è esclusione, poiché non esiste la componente scritta senza la rispettiva componente orale, che permette non infinite ma molteplici interpretazioni, poiché esistono dei paletti metodologici. Il testo scritto rappresenta l’evidenza della parola di D-o, l’oralità invece rappresenta la necessità interpretativa, che nasce lì dove l’evidenza viene oscurata.
L’intervento del rav si è concluso con un dibattito sulla scuola e sul metodo d’insegnamento, in particolare su quello più attivo, critico e interpretativo che propongono gli studi ebraici.

Sara Gomel