La nostra Maturità – Stefano Levi Della Torre
La scena si apre sugli affanni del sottosegretario Bühler: l’annunciata deportazione di ebrei da occidente verso la sua giurisdizione in Polonia gli avrebbe dato un mucchio di grattacapi organizzativi. Meglio cominciare a sterminare gli ebrei presenti, che erano già fin troppi, prima di importarne altri, intasando ferrovie e attrezzature di sterminio: così, a suo parere, avrebbe pensato ogni persona di buon senso e si affrettò a comunicare la proposta alle autorità superiori. Anche i funzionari del ministero degli esteri si premurarono di comunicare i loro “desideri e idee” circa lo sterminio degli ebrei, e insomma intorno alla questione si manifestò un clima di collaborazione creativa e di entusiasmo, giustamente apprezzato da Eichmann. Al quale, d’altra parte, parve il sogno di un’intera vita quello di poter stare in conferenza “tra cotanto senno”, cioè al cospetto dei vip nazisti che avevano già tutto deciso nell’ora prima di cena. D’altra parte, era stato lui stesso, Eichmann, incaricato di organizzare la riunione che avrebbe dato il via alla Shoah, e il successivo rinfresco. Insomma, aveva fatto la sua figura, tanto che fu ulteriormente premiato da un memorabile dopo cena al caminetto niente meno che con Müller e Heydrich, a chiacchierare del più e del meno fumando e bevendo: un meritato riposo, dopo la decisione che aveva l’obiettivo di distruggere undici milioni di vite umane, cosa che non è da tutti. In cose del genere c’è sempre da aspettarsi non poche difficoltà e inconvenienti tecnici.
Il resoconto della Arendt mette in scena, in forma quasi teatrale, la tensione tra il clima “umano” della conferenza di Wannsee e il suo spaventoso argomento. Sullo sfondo dei campi di sterminio ci vengono incontro gli atteggiamenti più banali: le preoccupazioni organizzative di un funzionario, lo zelo di altri burocrati desiderosi di contribuire a un’ambiziosa impresa nazionale, la soddisfazione di Eichmann che si vede promosso a sedere tra i grandi, chiacchiere a cena e poi il caminetto digestivo. Con chiarezza, viene in luce dal racconto quello che Zygmunt Bauman chiama “problem solving”, come logica aziendale del nazismo: non si discute l’obiettivo già deciso “a monte”, ma solo i modi per realizzarlo; non si discute sullo sterminio: una volta posto il problema indiscutibile di distruggere milioni di vite umane, si tratta unicamente di stabilire il modo più razionale per risolverlo. L’obiettivo irrazionale, carico della mitologia antisemita sedimentata nei secoli, si arma di razionalità esecutiva. Ma questo cortocircuito tra irrazionale dei moventi e razionalità dei mezzi è una patologia latente nel capitalismo, patologia di cui il nazismo è un’eruzione estrema. Fino alla produzione industriale della morte di massa. Ma qual è l’elemento di sutura tra il mostruoso movente irrazionale e la sua gigantesca strumentazione razionale? E’ appunto la banalità degli atteggiamenti umani. Il nazismo è stato l’organizzazione straordinaria della normalità ordinaria, dove ognuno faceva il compito a lui o a lei assegnato, svolgeva la sua piccola parte parcellizzata come in una catena di montaggio tayloristica, senza curarsi dell’insieme e del suo senso, dacché aveva delegato all’ideologia di Stato il senso del tutto. Ma torniamo ancora un attimo alla scena descritta da Hannah Arendt, e alla banalità degli atteggiamenti umani che vi sono rappresentati, perché da quelli ci viene un inquietante messaggio: se il nazismo era una mostruosità, coloro che la facevano vivere e agire erano persone normali. Nel leggere e rileggere I sommersi e i salvati di Primo Levi, uno dei testi fondamentali su cui si fonda la nostra memoria e la nostra riflessione su Auschwitz, ci imbattiamo in un’affermazione che a prima vista ci sorprende e ci spiazza: “Nei campi di sterminio, tra i tedeschi i sadici erano relativamente pochi”. Che cosa ci saremmo aspettati? Che quell’atrocità organizzata su vasta scala e senza limiti non potesse venir condotta se non da esseri “disumani”. Questa era la nostra aspettativa “logica”. Un’aspettativa in un certo senso rassicurante: gente normale come noi non arriverebbe mai a fare simili cose; solo dei sadici patologici potrebbero spingersi a tanto, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Questo è un nostro meccanismo di riparo dall’orrore: spontaneamente cerchiamo un sollievo dall’angoscia pensando “logicamente” che, nel suo complesso, il personale del Lager fosse di una specie animale diversa da noi. L’affermazione di Primo Levi ci impedisce questo sollievo, questo pensiero rassicurante su noi stessi. La sua affermazione ci dice che, in genere, gli stessi funzionari del Lager erano gente comune, e ci pone una domanda inquietante: che cosa ci garantisce da che ciascuno di noi, in determinate circostanze e sotto la pressione di una propaganda capace di produrre un senso comune pervertito non sarebbe indotto (per conformismo, per opportunismo, per bisogno di un posto di lavoro e di uno stipendio) a farsi rotella di un immenso meccanismo di oppressione e di strage? Il burocrate che gestiva i documenti e gli archivi, il ferroviere che conduceva i convogli della deportazione di massa verso i campi della morte, la guardia che conduceva i semi-vivi al loro lavoro di schiavi, che guidava alle camere a gas una massa umana, resa repellente dalla sporcizia, dalle privazioni e dalle violenze, erano padri e madri di famiglia che svolgevano le loro mansioni parcellizzate e feroci pensando amorevolmente ai propri figli ecc. L’affermazione di Primo Levi sulla banale normalità dei funzionari del Lager non diminuisce l’orrore; al contrario lo aumenta, perché ci dice come la normalità, la nostra stessa normalità, interessata al proprio particolare, possa trovare mille giustificazioni private che la rendano disponibile a far funzionare, ciascuno per la sua parte, un colossale sistema pubblico di distruzione dell’uomo.
Un sistema capace di trasformare la normalità delle persone in una macchina di sterminio, immersa e lubrificata dal consenso o dal conformismo di massa. E’ qui il massimo ammonimento che ci viene dalla memoria di Auschwitz. Un ammonimento condensato nel titolo del libro di Hannah Arendt, La banalità del male (Feltrinelli 1964), sul processo del 1961 ad Adolf Eichmann, che dal suo ufficio lontano dal sangue e dalla sofferenza gestiva, senza odio ma con dedizione coscienziosa di banale burocrate, tutta l’organizzazione continentale della deportazione e dello sterminio.
Pagine Ebraiche, agosto 2012