Yad Vashem e la didascalia su Pio XII

La questione delle modifiche apportate, nel Museo di Yad Vashem, alla nota didascalica su Pio XII – che, giustamente, ha sollevato tante polemiche e discussioni – meriterebbe, per la sua complessità, un’analisi ben più lunga e dettagliata di quanto permetta lo spazio di un breve intervento giornalistico. Mi limiterò, pertanto, a sintetizzare quelli che ritengo essere i punti essenziali della questione, ribadendo anche alcune osservazioni già formulate in passato, per poi avanzare, umilmente, una possibile proposta di soluzione.
– Che l’atteggiamento di Pacelli nei confronti del nazismo sia stato quanto meno debole è un dato di fatto storico incontestabile, che nessun accesso ad archivi segreti vaticani potrà mai ribaltare. Il principale argomento a difesa, secondo cui il papa non sarebbe intervenuto per non provocare danni maggiori, è del tutto inconsistente, in quanto ignora il fatto che il famoso “silenzio” è durato, in pratica, fino alla morte del pontefice, ossia ben 13 anni dopo la fine della guerra, e che nessun timore analogo ha mai frenato il papa dal tuonare, quasi quotidianamente, contro il comunismo mondiale.
– L’atteggiamento della Chiesa nei confronti degli ebrei, però, è cambiato solo col Concilio Vaticano II, ed è antistorico pretendere da Pio XII un comportamento fondato sui nuovi princìpi conciliari, e scevro del tradizionale antisemitismo ecclesiastico. Si può legittimamente ritenere, pertanto che Pacelli si sia comportato come avrebbe fatto qualsiasi papa del passato. Come avrebbe agito, per esempio, Sant’Ambrogio, patrono di Milano, che minacciò di scomunica l’imperatore Teodosio, colpevole di volere punire i cristiani che bruciavano le sinagoghe?
– L’attuale linea vaticana nei confronti dei processi di canonizzazione va chiaramente nel senso di una conclusione positiva di tutti i processi, a favore di tutti i pontefici contemporanei, nel segno di una “santificazione collettiva” dell’intera Chiesa. Il livello di santità non è dato dall’esito – scontato – del processo, ma solo dalla maggiore o minore velocità dello stesso, ed è assolutamente certo che Pacelli, prima o poi, sarà santo. Ma tale scelta non riflette un atteggiamento antiebraico, anzi è evidente come il Vaticano voglia evitare, per quanto possibile, una tale interpretazione della vicenda.
– L’idea che l’ammorbidimento della didascalia sia il frutto di una sorta di trattativa diplomatica segreta tra Israele e Santa Sede è assolutamente inaccettabile, in quanto rappresenterebbe un cinico e vergognoso scambio sulla pelle dei martiri, che nessuno potrà mai essere autorizzato a fare. Ricordiamo, per esempio, le forti polemiche che accompagnarono, nel dopoguerra, la corresponsione di un risarcimento allo Stato di Israele da parte della Germania Federale, che, secondo molti cittadini israeliani, non avrebbe mai dovuto essere accettato. Ma certamente la Germania non avrebbe mai osato chiedere, in cambio dei soldi, una correzione del giudizio storico sul nazismo, o sulle responsabilità del popolo tedesco.
– Il rapporto tra ebraismo e Chiesa Cattolica è senza dubbio, nel bene e nel male, di vitale importanza. Lì è nato, con la sua durata millenaria, l’antisemitismo. Giusto, pertanto, porsi il problema di un possibile superamento di un motivo di tensione che continua a frapporsi a un miglioramento dei rapporti.
Ecco, perciò, la mia umile proposta:
Ripristinare una corretta didascalia nel Museo, che rappresenti, senza sgradevoli equilibrismi, quella che i responsabili ritengono essere la realtà dei fatti. Concedere però al Vaticano un “diritto di tribuna”, esponendo anche un’altra nota, redatta a cura della Santa Sede, sotto la sua esclusiva responsabilità. I visitatori leggeranno entrambi i testi, e si formeranno un propria libera opinione. Una soluzione eccezionale, “extra ordinem”, suggerita dalla peculiarità e dall’importanza delle relazioni ebraico-cristiane.

Francesco Lucrezi, storico