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…tifoserie

La passione con cui vengono seguite le vicende di Israele ricorda da vicino uno stadio dove in campo gioca la squadra del cuore e sugli spalti vocifera la tifoseria. Lassù, tutti sono capaci di fare i direttori tecnici, d’insultare gli avversari oltre che (a volte giustamente) l’arbitro e i guardialinee, e magari di prendersela perfino coi propri giocatori. L’incoraggiamento della tifoseria può aiutare gli attori in campo, infondendo loro entusiasmo, ma può anche deconcentrarli quando si richiede strategia, preparazione tecnica, freddezza, precisione, coesione, pragmatismo e astuzia. A volte gli striscioni graffianti o intemperanti dei tifosi causano gravi problemi d’immagine alla squadra tanto amata, fino all’ammenda o alla squalifica del campo. Ci sono poi i tifosi fedelissimi e quelli che venti o trent’anni fa tifavano per la squadra avversaria. Una cosa vorrei far capire ai tifosacci: una squadra davvero grande non può essere prigioniera di un pensiero unico, non può usare un solo modulo di gioco – quello urlato dalle tribune. Alla fine conta sempre il risultato, conta l’allenatore, e contano soprattutto i giocatori. Il bello è che nel caso d’Israele, in qualunque momento i tifosi, se lo vogliono, possono scendere in campo, unirsi alla squadra, e giocare. Forse allora capiranno che – come disse Ariel Sharon una volta divenuto Primo Ministro – da qui si vedono cose che da lì non si vedono.

Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme