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Tea For Two – Il matrimonio

Natalie Portman si è sposata, anche le foto rubate con chuppah e balli lo confermano. Si rassegnino i rampolli, la jewish princess per eccellenza non è più sul mercato. Il fortunato è il coreografo Benjamin Millepied (si, un ballerino che si chiama Millepied) conosciuto danzando e sfidandosi con Mila Kunis nell’inquietante Black swan. Per curiosi e patiti di wikipedia, Mila Kunis è nata a Chernivitsi, la piccola Vienna ebraica che vanta cittadini famosi come Paul Celan. La Portman non si smentisce neppure il giorno più bello e indossa una coroncina di fiori e un vestito che avrebbe ricevuto la benedizione di Audrey Hepburn. Io voglio bene a Natalie, non la conosco, c’è un’alta probabilità di non conoscerla mai, ma le voglio bene. Primo è nata in Israele e non lo ha mai nascosto per farsi amare dall’intellighenzia dell’Hollywood anticonformista. Secondo ha studiato ad Harvard, Harvard avete capito bene. La jewish princess è un genietto. Terzo e non trascurabile motivo, si è comportata in maniera impeccabile il giorno nel quale ha vinto l’Oscar: la vittoria per Black swan era conclamata e Natalie come ultima testimonial di Dior avrebbe dovuto indossare un vestito megagalattico della maison. Gli stessi giorni però esce fuori la notizia che il ‘simpatico’ John Galliano, direttore artistico di Dior, è protagonista di un video amatoriale nel quale, alticcio, lancia banali frasi antisemite ai suoi vicini di tavolo. Natalie cambia idea all’ultimo secondo e decide di fare la grande uscita sul red carpet con un abito di Rodarte, adorabile marchio che aveva già firmato gli abiti del film che le regala la statuetta. Ma la lista che mi porta a voler bene alla Portman, un po’ come Benigni voleva bene a Berlinguer, è davvero lunga: vegana, attenta all’ambiente ma non per questo noiosamente bacchettona (ha girato un video spassosissimo per il Saturday Night Live nel quale si lancia in un rap improbabile). Ha velleità da regista e dopo aver girato un episodio del film corale New York, I love you, si dedica alla trasposizione cinematografica di Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz. Ha chiamato suo figlio Aleph e c’è che scommette che la prossima si chamerà Beth. Lo ammetto, sono una di quelle terribili personcine che hanno il jewish pride. Mi esalto se vedo folkloristiche scene nei telefilm americani, quando cercano di includere personaggi di tutte le etnie e inseriscono il classico ragazzo ebreo un po’ nerd e che vive della rendita del bar mitzvah. E il mio jewish pride sale alle stelle quando vedo le foto rubate e sgranate di Benjamin che avvolge Natalie nel talled.

Rachel Silvera, studentessa twitter @RachelSilvera2