Di fronte al cambiamento
Tendo a diffidare dell’unanimità. Se tutti si lanciano in lodi sperticate, divento sospettoso. Tanto più se gli omaggi generosi piovono post mortem, come nel caso di Carlo Maria Martini. La processione dei politici, le preghiere ecumeniche, i ricordi dei fedeli e dei collaboratori. Non ci siamo fatti mancare nulla: il Corriere della Sera ha dedicato alla scomparsa del cardinale qualcosa come venti pagine in tre giorni. E anche gli ebrei italiani – giustamente – hanno manifestato un profondo cordoglio per un alfiere del dialogo ebraico-cristiano.
In questo profluvio di consenso, mi pare significativa l’eccezione di Giuliano Ferrara. Il suo necrologio si conclude con le parole “Penso che si sbagliasse”, e descrive l’alterità tra la posizione di Martini, “sciatta e sentimentale”, tesa a favorire il cuore e l’altro da sé in virtù di un “relativismo cristiano”. Martini si poneva, nella lettura di Ferrara, agli antipodi della battaglia di Benedetto XVI e prima di Giovanni Paolo II, i pontefici che hanno combattuto il relativismo come il demone del mondo moderno.
Detta in parole povere, Martini rappresenterebbe la componente della Chiesa favorevole al compromesso con la modernità, disposta a comprendere i cambiamenti e a negoziarli; Ratzinger sarebbe invece il campione della testimonianza cristiana basata su ragione, etica e fede, che si pone l’obiettivo di influenzare, anche in minoranza, la sfera pubblica e politica delle società moderne. Non sono d’accordo con Ferrara. Ma trovo questa interpretazione molto attuale: in tutte le religioni si riscontra la medesima dinamica, che potremmo definire banalmente conservatori-progressisti. Tra coloro che temono il cambiamento e coloro che lo esaltano. È probabile che la sopravvivenza delle fedi in un’epoca di trasformazioni radicali dipenderà proprio dalla capacità di conciliare queste due tendenze opposte, rendendole complementari e spuntandone gli estremismi.
Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas – twitter @tobiazevi