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Tea for Two – Traumi di fine estate

Quello che per gli italiani è il trauma da fine estate, per gli universitari è qualcosa di peggiore: la sessione degli esami. L’ultima possibilità prima di essere marchiati da due lettere scarlatte: F.C., il temibile fuori corso. Già vedo la faccia di Michel Martone che mi guarda colmo di disprezzo. Già vedo gli sguardi trafelati e le dita flessuose di qualche studente radical di Lettere che mi indica: è lei, quella che ha fallito nell’ultima sessione infernale. Questo quadro dal delirio postmoderno è stato accostato a pomeriggi di agosto passati sui libri universitari, troppo grandi per essere veramente studiati. Ed è culminato con un incontro, sul quale probabilmente Federico Moccia scriverebbe un volume con un acronimo come titolo. Tra pagine e sudate carte ho conosciuto El Lisstskij e un moto di benevolentia latina ha fatto capolino nel mio animo turbato di studentessa universitaria. Lazar’ Markovič Lisickij è stato uno degli artisti russi più famosi del ‘900 (uno che, come direbbero i romani, je da’ na pista ai vari Malevic e suprematisti). Non che io ami particolarmente il genere di arte che non sai da che parte guardare, quella che rientra nella categoria dei ‘lo potevo fare anch’io’ propugnata dal libro di Francesco Bonami. Ma il caro Lazar mi piace per principio. Forse perché è diventato maestro a quindici anni (l’età nella quale io ho scoperto l’esistenza del congiuntivo), forse perché su invito di Chagall è andato ad insegnare a Vitebsk, forse perché è stato uno dei russi più attivi nel promuovere la cultura ebraica. Ha illustrato libri sull’argomento, come Had Gadya, tradizionale canzone di Pesach (si possono trovare immagini sul sito di Yale) ed è stato uno dei tipografi più rivoluzionari durante la Rivoluzione. Il suo marchio di fabbrica è il Proun, una risposta personale al suprematismo, corrente avanguardistica (e incomprensibile, oserei aggiungere) russa, nel quale ha inserito anche lettere in ebraico e simboli. Certo, essere un artista nella Unione Sovietica del baffuto Stalin lascia qualche inquietudine, ma immagino estasiata conversazioni artistico-filosofiche in yiddish e passeggiate infreddolito nella madrepatria alla ricerca di nuove idee. Allora chiudo i libri e penso che in fin dei conti, studiare senza prospettive tangibili serve a qualcosa.

Rachel Silvera, studentessa twitter @RachelSilvera2