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Kippur 5773 ­ – Chiedere scusa giocando, sul serio

Durante i giorni compresi fra Rosh haShanah e Kippur ci sono buoni propositi che volano in tutte le direzioni e riempiono l¹aria fra questi spesso sta anche l¹idea di spingere i bambini a essere etici e morali, ma gli adulti sono un buon esempio?
Anzi, sono un esempio?
Come trattiamo il prossimo di fronte ai bambini? Quante volte scappa una parolaccia? Quante volte perdiamo la pazienza e alziamo il tono? Davanti a loro o addirittura parlando con loro?
Durante la recente giornata sulla scuola svoltasi a Milano, l¹unica cosa su cui i rav presenti erano d¹accordo al cento per cento era che non c¹è insegnamento senza esempio, allora è forse bene fare meno buoni propositi e concentrarsi sul mostrare ai piccoli la strada. Insegnare a un bambino a chiedere scusa non è semplice e ancora meno ovvio è ottenere che chieda scusa intendendo davvero quello dice. In questi giorni le occasioni da sfruttare sono però parecchie, a partire dal tashlich che con il suo essere un gesto fuori dal comune resta sicuramente impresso nell¹immaginario infantile. In America c¹è chi fa scrivere con colori alimentari quali sono i motivi di rammarico sui pezzi di pane, prima di buttarli nel fiume In effetti è il gioco il mezzo migliore per far sentire i bambini coinvolti e portarli a ragionare con serenità su temi così seri e così importanti per il loro equilibrio e per le loro future qualità sia morali, e anche sociali. E visto poi che in genere i bambini fin da piccolissimi amano le rime e i giochi di parole, allora una buona idea è provare con loro a scrivere dei piccoli poemi, rime, canzoni, haiku o addirittura degli acrostici, come l¹ashamnu, che cita tutti i peccati possibili che un ebreo possa aver commesso in qualsiasi parte del mondo, nell¹ordine del alef-bet. Ovviamente l¹intero alfabeto è una prova troppo difficile ma trovare un modo per scrivere “mi dispiace” in rima, costruendo le parole sull¹acrostico del proprio nome è una sfida a cui difficilmente un bambino può resistere, soprattutto se affiancato da un adulto disposto a mettersi in gioco e a condividere la difficoltà. Quella difficoltà che tutti, in un modo o nell¹altro, dobbiamo superare quando è ora di dire, semplicemente, “mi dispiace, ho sbagliato, scusami”.

Ada Treves twitter@atrevesmoked