Eric Hobsbawm e Shlomo Venezia

La sorte ha voluto che scomparissero nelle stesse ore, l’uno e l’altro accomunati dall’età, dalla condivisione di una comune origine, l’essere ebrei e, soprattutto, dall’avere testimoniato del secolo appena trascorso. Eric Hobsbawm e Shlomo Venezia si sono addormentati una volta per sempre. Che la terra sia per entrambi lieve. Dopo di che la singolarità della loro simultanea dipartita sta in ciò che le due personalità rappresentano comunemente, fatta la tara delle rispettive differenze. Il primo era il maggiore storico di area marxista in Europa, il secondo uno dei pochissimi sopravvissuti al triste destino del Sonderkommando di Auschwitz. Due figure diverse, che probabilmente mai si sono incontrate tra di loro quand’erano in vita ma le cui rispettive esistenze hanno documentato, ognuna a modo proprio, delle tragedie, ma anche delle speranze, di quello che proprio lo storico inglese aveva chiamato il «secolo breve». Una formula, quest’ultima, destinata ad avere un largo credito. Di fatto, ancorché senza saperlo (e noi con loro), sono stati per alcuni aspetti complementari. Eric Hobsbawm ha reso possibile, con il suo lavoro, le sue sintesi di ampio respiro, l’umanità che ha infuso nel laboratorio dello storico, la diffusione del pensiero continentale nei paesi anglosassoni ma anche la divulgazione scientifica di rango rivolta ad un ampio pubblico. Di quest’ultima ne era un grande maestro, ritenendo indispensabile che alla ricerca si affiancasse sempre la sua immediata ricaduta sulla collettività, reputando sterile un sapere chiuso in sé. La coscienza del rapporto tra storia e azione politica era in lui nettissima e la rendeva palese con la serena e dolce schiettezza con la quale si dedicava a parla di storia a tutti. Shlomo Venezia ha rappresentato molte cose nella coscienza di ognuno di noi ma per tutti ha soprattutto rivestito la funzione di testimone per eccellenza. Disceso «in quelle tenebre», nel cuore pulsante dello sterminio, ne era poi “miracolosamente” tornato per acquisire, passo dopo passo, il ruolo non già di merosopravvissuto, e neanche di giudice, bensì di esponente di quel principio di umanità che i nazisti volevano cancellare una volta per sempre. La sua sobria e cristallina chiarezza, mai sopraffatta dall’emozione che pure non poteva mai dismettere, poiché era parte integrante della sua esperienza, si traduceva in una trasmissione non solo di fatti, documentati dalla sua voce e con il suo corpo, ma anche di valori e di dignità. Entrambi, ognuno a modo suo, ci hanno parlato delle tragedie che incombono sull’uomo inerme. Storia e memoria non sempre si incontrano, non almeno sul piano disciplinare, a volte quasi un po’ contraddicendosi, ma nelle pieghe delle esistenze di due grandi contemporanei, nella vita di ognuno d’essi, trovano come un anello di saldatura. C’è speranza se il loro passo non sia stato fatto invano, trovando altri, molti altri, disposti a sostenerne l’andatura.

Claudio Vercelli