Pagine Ebraiche – L’appuntamento è a Lucca Comics

Pagine Ebraiche ancora una volta protagonista a Lucca Comics & Games, tra i massimi appuntamenti internazionali dedicati all’illustrazione, al fumetto e al fantasy (1-4 novembre). Il giornale dell’ebraismo italiano, con il dossier Comics & Jews, terza incursione negli intrecci tra mondo del fumetto e cultura ebraica sarà distribuito alle biglietterie e a tutti i punti informazioni. Comics and Jews sarà inoltre ufficialmente presentato all’incontro in programma il 2 novembre (ore 11, Sala D’Oro): a partecipare saranno Giorgio Albertini, disegnatore e docente dell’Università statale di Milano, il grande illustratore italiano Vittorio Giardino, i fumettisti Walter Chendi e Luca Enoch (rispettivamente autori di La porta di Sion e La banda Stern), Ada Treves, curatrice del dossier Comics & Jews. E quest’anno per la prima volta Pagine Ebraiche entra nel programma di Lucca anche uno showcase: un faccia a faccia con David B., autore de Il Mio Miglior Nemico (Rizzoli Lizard) che disegnerà per il pubblico durante l’intervista (l’appuntamento è in Sala via Vittorio Veneto alle 13).

Lucca Comics – David B, una strip svela i segreti della Storia

Come in un bassorilievo mesopotamico, la città sumerica di Uruk, la biblica Erech che secondo la Genesi venne fondata da Nimrod prima di costruire la torre di Babele, si erge monolitica tra le basse colline a est dell’Eufrate. Il palazzo del re si alza verso il cielo dietro tre possenti cinte di mura merlate. Più alto del palazzo, forse a ricordare la volontà recidiva di prendere d’assalto il cielo da parte del suo antico costruttore, si innalza un tempio quadrangolare. All’interno di esso due personaggi stanno discutendo; sono Gilgamesh e il suo amico e consigliere Enkidu. Le due figure centrali della mitologia sumera, si stanno preparando a invadere il paese dei cedri, regno del demone Humbaba. Lo fanno per varie ragioni, anche se il parere degli anziani è contrario. Le giustificazioni a questo attacco vengono esibite in uno scambio serrato di parole che da vignetta a vignetta muovono il racconto sequenziale di uno dei più importanti autori di fumetti del mondo. Le parole che scandiscono Gilgamesh ed Enkidu in questo racconto disegnato non non ci sono state tramandate da qualche tavoletta cuneiforme ritrovata sugli strati archeologici di un polveroso magazzino dell’età del bronzo, tutt’altro. I dialoghi che leggiamo sono le parole che George W. Bush e il suo segretario alla difesa Donald Rumsfeld hanno pronunciato per perorare e giustificare l’attacco degli Stati Uniti all’Iraq nel 2003. Comincia così l’ultimo lavoro di David B. che, in collaborazione con lo storico francese Jean Pierre Filiu, si propone di stupire e innovare, ancora una volta, il graphic novel. Il mio miglior nemico, appena uscito per Lizard-Rizzoli, è infatti qualcosa del tutto nuovo; è un graphic novel che affronta con il rigore di un saggio la storia delle relazioni tra Stati Uniti e Medio Oriente. Oltre a tutti i generi narrativi abbiamo visto declinare i romanzi grafici in varie forme: reportage, inchieste giornalistiche, divulgazione scientifica. Con questo libro il saggio si fonde con la forza iconica delle immagini disegnate. Non vi aspettate però una semplificazione degli eventi, un adattamento per “dummies”, per negati, come quelli che vanno tanto di moda adesso. Al contrario, ci troviamo di fronte ad un apparato erudito, denso di riferimenti iconografici che spaziano dalla teologia alla filosofia, passando per la storia dell’arte che a volte può risultare addirittura un carico persino eccessivo per le spalle dei poveri lettori. L’analisi degli eventi passa attraverso un continuo sovrapporsi di rimandi, di riferimenti, che sono il tratto tipico dei lavori di questo dotto autore francese tutt’altro che facile da imbrigliare in definizioni sintetiche. Per descrivere un autore come David B. potremmo pensare a un’entità multipla. Non sto parlando di un semplice sdoppiamento alla Dottor Jekyll e signor Hyde o, per rimanere nel campo del fumetto, a una dualità come quella del compianto Jean Giraud-Moebius. No, sto pensando piuttosto a una multiforme complessità che si intreccia a formare un’unica essenza; una sorta di mitologica Idra pronta a moltiplicare le sue teste e a rivelare di volta in volta aspetti inattesi della propria poetica. Nel caso di David B. evocare il leggendario animale delle paludi di Lerna non è affatto un caso. L’Idra è uno degli animali totemici de L’Association, forse il simbolo che meglio descrive quel corpo con tante teste che è una delle case editrici più innovative del mercato editoriale francese. David B. è stato uno dei fondatori (insieme a Jean-Christophe Menu, Lewis Trondheim, Mattt Konture, Patrice Killoffer, Stanislas e Mokeit) di questo collettivo che con la sua inarrestabile forza utopica ed estetica ha cambiato drasticamente il mondo del fumetto d’oltralpe riverberandosi ben aldilà dei propri confini. Già dai suoi primi lavori, le opere di David si presentavano come stratificazione di significati. Come un Winsor McCay del ventunesimo secolo quando ci racconta di sé lo fa spesso disegnando i suoi sogni con l’attenzione di uno psicanalista, quando ci mostra un dolore lo fa raccontandoci, con lo scrupolo dell’entomologo, le armature dei popoli centrasiatici, quando ci parla dell’universo, del tempo e di D-o lo fa attraverso le sontuose vite di piccoli briganti. Tutto si sovrappone, tutto si mescola, tutto trova il suo posto. L’autore di cui parliamo è molteplice già a cominciare dal nome che all’anagrafe sarebbe Pierre François David Beauchard ma che si è preferito abbreviare nello pseudonimo che conosciamo e con cui è conosciuto. Si è dato il nome di un re poeta, ed è esattamente quello che è. Un monarca che non rimane assiso in trono ma che dimostra la sua multiformità anche nei ruoli che l’autore ricopre: a volte disegnatore su testi altrui (nel caso de “Il mio miglior nemico”), a volte sceneggiatore di storie disegnate da altri (come nel caso di “les faux visages”), molto più spesso autore completo, creatore sia dei disegni che delle sceneggiature. La storia è il terreno privilegiato in cui si muove; sia questa con la esse maiuscola o con quella minuscola. David B. durante la sua carriera ci ha insegnato come si sposta un viaggiatore che dilata lo spazio e il tempo a suo piacere in un’insondabile atemporalità che ci permette di lasciarlo tra le atmosfere di “le mille e una notte” (si veda il suo ciclo Les Chercheurs de trésors, Dargaud) e ritrovarlo a spiare una vita immaginaria dello scrittore ebreo francese Marcel Schwob (Le Capitaine écarlate disegnato da Emmanuel Guibert per Dupuis). Ci narra di sette ereticali del quattrocento (Le Jardin armè e autres histoire, Futuropolis) per ritrovarci nella trasposizione di un racconto dell’altrettanto poliedrico artista francese Pierre Mac Orlan (Il Re Rosa, Boa publishing). Corre per le pianure della Terra del Fuoco (Terre de Feu con Hugues Micol, Futuropolis) e si rintana in un bar malfamato di Belleville. Proprio ne Les faux visages, non ancora tradotto in Italia e disegnato dal bravissimo Hervé Tanquerelle, racconta le vicende di una banda di rapinatori che tra la fine degli anni ‘70 e i primi anni ‘80 si era resa famosa per avere assaltato e derubato ventisette banche parigine. L’autore ci accompagna al fianco di questo gruppo di banditi, conosciuti come la “gang des postiches” per la loro particolarità di operare gli assalti travestiti con grande creatività tricologica, poco più che giovani delinquenti, pronti a fare il salto di qualità dopo l’uccisione di un compagno da parte della polizia. In poco tempo sono padroni della città, decine di banche saccheggiate, un bottino di più di cento milioni di franchi senza spargimento di sangue, nessun morto e i poliziotti della capitale francese in loro balia per anni. In un epoca dove passamontagna e calze di nylon ricoprivano in modo cupo i volti di banditi e gruppi eversivi, i nostri protagonisti assaltavano con barbe false ed eccentriche parrucche. Nel cuore della banda alcuni ragazzi ebrei, lontanissimi dagli stereotipi che di solito seguono a questa appartenenza. Gli ebrei di questa vicenda sono rigattieri, piccoli commercianti che vivono al limite della legge, tra ricettazione e “affarucci”; sono immigrati dal nord Africa o dall’Europa dell’est che ostentano oro e armi, lontani dalla tradizione ma orgogliosi di essere israeliti. Tra le righe di questa storia ritorna Marcel Schwob che aveva trattato in un suo racconto di una banda di banditi medievali che si facevano chiamare “les faux visages”. Stratificazioni appunto. Non sorprende trovare quindi David B., questa volta come autore sia dei testi che dei disegni, alle prese con una storia ambientata durante l’impresa di Fiume (Par les chemines noirs, Futuropolis). Una storia italiana, con D’Annunzio tra i protagonisti, con un respiro internazionale che la provincialità del nostro paese ha irreparabilmente dimenticato. Un’avventura picaresca tra soldati-banditi che dopo anni in trincea cercano una festa di vita incapaci di uscire da quella trionfale danza di morte che è stata la prima Guerra Mondiale. Non andiamo oltre, molti sono i mondi che David B. ha visitato, molti i volti che via via ci presenta. Tra i tanti quello che primeggia su tutti è lo sguardo doppio, contraddittorio, sereno e irrequieto, di chi ha visto l’Aleph borgesiana; di chi è stato al centro di tutti gli eventi, di chi ha visto gli occhi di tutti gli uomini.

Giorgio Albertini, Università di Milano, Pagine Ebraiche novembre 2012