volontà…

Non è certo un segreto che i Settanta, nel tradurre in greco la Bibbia, hanno commesso un errore le cui conseguenze si trascinano fino ad oggi: tradurre il termine “Torà” con la parola greca “Nòmos”, che significa “legge”. Se la Torà fosse solo un libro di leggi, come dice Rabbì Simon in un noto midràsh, comincerebbe dalle norme dettate in previsione dell’uscita dall’Egitto; invece è un insegnamento continuo ed eterno, come indica il nome stesso, che è correlato con altri vocaboli quali “Morè”, maestro.
Questo preambolo nasce dall’osservazione che la Parashà di questa settimana ci trasmette un insegnamento di portata assoluta, globale. Abbiamo già detto che “emunà” è, più che fede, certezza che ogni precetto è esattamente ciò che il Signore ha voluto per mantenere in vita il nostro Ebraismo. In questa Parashà noi abbiamo evidente l’esempio della globalità della “emunà”. Avrahàm è nel pieno di una visione divina quando vede tre uomini, e corre loro incontro; dopo averli accompagnati, torna a D., ma solo per perorare la causa di Sodoma e Gomorra. È la realizzazione della sua certezza che, da un lato, non si serve D. se non occupandosi degli altri, dall’altro, la più piena realizzazione del contatto col divino non si ha estraniandosi dal mondo bensì portandovi la propria certezza dell’interessamento divino al mondo. Ma il culmine di “emunà” si manifesta quando Avrahàm è pronto a sacrificare al Signore il figlio tanto atteso, tanto agognato, quello dal quale il Signore stesso gli aveva promesso numerosa discendenza.
Qui potremmo dire che si tratta di un livello di “emunà” inarrivabile, al di là delle possibilità di persone normali. Ma la Haftarà di questa settimana ci fornisce un’altra lettura, partendo da due miracoli operati per mezzo del profeta Eliseo: il primo è il caso di una povera donna che non ha di che pagare i debiti e possiede solo una boccettina d’olio, e per intervento del profeta con quest’olio, miracolosamente moltiplicato, riesce a superare la sua difficile situazione; il secondo si riferisce a quella ricca ed ospitale donna di Shunèm che non aveva un figlio ed il cui marito era ormai vecchio; per intervento di Eliseo ebbe il figlio, che improvvisamente morì e che Eliseo risuscitò.
Molti pensano che il nesso fra la Parashà e la Haftarà sia il secondo miracolo, che richiama la nascita miracolosa di Itzchàk da genitori ormai molto anziani, la sua rischiata morte ed il sovrannaturale salvataggio. Credo che se così fosse, la Haftarà comincerebbe direttamente dal secondo miracolo. In realtà credo che la chiave del nostro insegnamento sia proprio nel primo, ossia nelle quattro parole della domanda che Eliseo pone alla povera donna che gli domanda aiuto: “Mà yesh lakh ba-bàyith?”, “che cosa hai in casa?”. Il miracolo non è possibile se non c’è l’elemento su cui fondarlo, la nostra sopravvivenza non è possibile se non parte da noi, esattamente come Avrahàm, che non avrebbe potuto avere una simile certezza nella salvezza divina se non fosse partita da lui, dalla sua volontà. Anche la sopravvivenza del nostro Ebraismo non potrà aver luogo se non partirà da ciò che abbiamo in noi, dalla nostra volontà.

Elia Richetti, presidente dell’Assemblea rabbinica italiana