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Stelle e Strisce – Il voto americano

Gli Stati Uniti d’America hanno scelto di riconfermare Barack Obama alla guida del paese nei prossimi quattro anni. Pagine Ebraiche ha seguito l’avvicinamento alle elezioni attraverso la particolare prospettiva delle scelte degli ebrei d’America. Di seguito gli intervent di Stephen Richer (Forbes Magazine.com).

L’elefante non convince. Per ora

Salve lettori di Pagine Ebraiche!
Direttamente da Washington DC, sono pronto a condividere con voi alcune riflessioni su quella strana creatura conosciuta come “elettorato ebraico americano”. Questa rubrica mensile vi accompagnerà fino alle elezioni presidenziali del novembre 2012. Innumerevoli gli argomenti da affrontare, da quale sia effettivamente il peso di questo voto, a quali tematiche lo influenzeranno maggiormente. Passando per la domanda se sia poi vero che gli ebrei d’America si stanno avvicinando sempre più al partito repubblicano. Per cominciare però sarà utile fornire un quadro generale sul cosidetto voto ebraico. “Gli ebrei americani sono ricchi come i cristiani della Chiesa episcopale, ma votano come i portoricani” scriveva l’opinionista Milton Himmelfarb già nel 1950. In termini più concreti, gli ebrei sono il gruppo religioso che ha il reddito medio più alto del paese (per fare un esempio, il 47 per cento delle famiglie che si riconoscono nell’ebraismo riformato guadagna oltre 100 mila dollari all’anno, secondo uno studio condotto dal Pew Forum on Religion & Public Life; al secondo posto ci sono gli induisti con il 43 per cento). Le statistiche dicono che gli elettori più abbienti tendono a non votare per i democratici: in quasi tutte le tornate nazionali dal 1988 in poi, gli americani con reddito superiore a 100 mila dollari hanno optato in maggioranza per il candidato repubblicano, come sottolinea Paul Krugman sul New York Times. E tuttavia, quando si parla di ebrei, questa regola non funziona più. Nonostante il reddito, infatti, il voto ebraico assomiglia decisamente a quello portoricano: il che equivale a dire supporto costante e massiccio in favore dei liberal. Guardando a ogni singola elezione presidenziale fin dal 1928, gli ebrei americani hanno sempre in maggioranza scelto il candidato democratico: nel 2008 il 78 per cento ha votato per il presidente Obama, nel 2004 il 76 per cento ha sostenuto John Kerry, nel 2000 il 79 per cento ha preferito Al Gore (e il suo candidato vice presidente, ebreo, Joe Lieberman). Il risultato peggiore di un candidato democratico in anni recenti è stato, nel 1980, quello di Jimmy Carter (45 per cento). Il quale comunque ottenne più consensi del suo rivale repubblicano Ronald Reagan, che conquistò solo il 39 per cento dei voti. Come si spiega dunque un’inclinazione così netta verso i democratici? In attesa di approfondire ulteriormente l’argomento in futuro, riportiamo brevemente alcune spiegazioni: 1. Timore della destra religiosa cristiana. Gli elettori ebrei rimangono visceralmente spaventati dall’oltranzismo cristiano. Che tipicamente alberga in esponenti del partito repubblicano piuttosto che tra i democratici. 2. Diritti civili. Negli anni Sessanta e Settanta gli ebrei americani sono stati protagonisti delle battaglie per i diritti civili e il partito democratico era largamente considerato più vicino ai movimenti che le promuovevano. 3. Progressismo sociale. Gli ebrei sono forse il gruppo più progressista d’America dal punto di vista sociale. Per fare alcuni esempi, secondo uno studio, nel 2000 l’88 per cento di loro si dichiarava a favore del diritto di aborto, mentre nel maggio 2012, il New York Jewish Week ha riportato che l’81 per cento appoggia il matrimonio omosessuale. 4. Laicità. La maggior parte degli ebrei americani si dichiara laico (secular). Un sondaggio del 2003 rivelava che solo il 16 per cento degli ebrei d’America va in sinagoga almeno una volta al mese e solo il 42 per cento da una a undici volte l’anno. E gli studi dimostrano che gli ebrei laici votano in prevalenza i candidati liberal. Dunque, fino a questo momento, sul risoluto e storico sostegno dell’elettorato ebraico al partito democratico non esiste spazio di discussione. Sulle ragioni di questa tendenza invece si potrebbe dibattere a lungo.

Stephen Richer, Pagine Ebraiche, agosto 2012

Quanto pesa il voto ebraico

Ben ritrovati miei cari amici italiani!

Il mese scorso vi ho raccontato qualcosa dell’elettorato ebraico americano e ho promesso una previsione sull’andamento delle elezioni presidenziali 2012. Ma prima di rispettare questa promessa, è necessario rispondere a un altro quesito: ma importa davvero qualcosa, questo famoso voto ebraico, nell’elezione del presidente degli Stati Uniti d’America? Come spesso accade con le domande in stile jewish, la risposta è: “Dipende”. Il più ovvio fattore che gioca contro l’effettiva rilevanza degli elettori di religione ebraica è semplicemente il loro numero. Basso. Gli ebrei rappresentano solo il 2 per cento del totale della popolazione degli Stati Uniti, e solo il 3 o 4 per cento dell’elettorato (fonte Haaretz). Una percentuale che, confrontata con il margine di scarto tra i due candidati presidenti nelle elezioni dal 1980 a oggi (rispettivamente 10, 19, 8, 5, 8, 0 e 7 per cento, fonte New York Times), comporta il fatto che il voto ebraico, anche se tutti gli ebrei avessero optato in blocco per uno dei due candidati, avrebbe potuto essere decisivo soltanto in due delle otto passate tornate. O meglio, così sarebbe stato se le elezioni presidenziali americane venissero determinate dal voto popolare. Cosa che non succede: i voti che contano (i cosiddetti Grandi Elettori ndt) sono assegnati in un certo numero a ciascuno Stato, e ciascuno Stato (o quasi) dà tutti i suoi voti al candidato che ottiene la maggioranza delle preferenze nello Stato stesso. Un elemento, questo, essenziale nel valutare l’importanza del voto ebraico. Per esempio, gli Stati di New York e New Jersey – quelli in cui la presenza ebraica è percentualmente più forte – sono bastioni democratici dove non c’è la possibilità che un piccolo segmento di popolazione influenzi gli esiti della competizione. Ma negli Stati in bilico può diventare un fattore decisivo. Consideriamo il 2000, la sfida George W. Bush contro Al Gore. In Florida, il 35 per cento degli ebrei votarono per Bush, a fronte di una media nazionale del 21 per cento. Se in Florida le cose fossero andate come nel resto del paese, il 43° presidente degli Stati Uniti sarebbe stato Gore. Questo fenomeno non riguarda soltanto quello specifico caso. Gli ebrei sono circa il 3 per cento degli elettori in Pennsylvania, uno Stato che John Kerry nel 2004 vinse per meno di 200 mila voti. Nella sola Philadelphia, la capitale, la comunità ebraica conta 254 mila persone. Un terzo Stato in cui il voto dei cittadini di religione ebraica potrebbe importare, come fa notare l’autorevole analista Nathan Guttman sul Moment Magazine, è l’Ohio. Con solo sei milioni e mezzo di ebrei in tutti gli Stati Uniti, non si può certo dire che il voto ebraico sia un fattore prevalente nelle elezioni (a differenza, forse, dei soldi, come vedrete il prossimo mese). Ma non sono certo il solo a pensare che in alcuni Stati potrebbe essere determinante. Basti guardare alla campagna lanciata dalla Republican Jewish Coalition in Florida, Ohio e Pennsylvania. E state sicuri che in questi Stati, anche il presidente Obama e i Democratici non se ne staranno con le mani in mano.

Stephen Richer, Pagine Ebraiche, settembre 2012

I contributi elettorali? Raccontano cosa vuole il cittadino

Ben ritrovati, cari amici italiani!
Il mese scorso ci siamo domandati se il voto ebraico influenzi davvero l’esito delle elezioni presidenziali americane. La risposta? Dipende. Molto più semplice invece la soluzione al quesito di quanto conti il portafoglio: gli ebrei, come milioni e milioni di americani di ogni fede e credo, offrono un grande contributo economico alla campagna elettorale. A differenza di quanto accade nei paesi europei infatti, negli Stati Uniti le elezioni vanno a braccetto con i soldi. Il 31 luglio il presidente Obama aveva raccolto 351,6 milioni di dollari da destinare alla sua campagna per la rielezione, e lo sfidante Mitt Romney quasi 195, come riportato dal New York Times. Numeri che si moltiplicano sommandoli alle spese di Democratic National Committee, Republican National Committee e Political Action Committees. Dunque, non è esagerato affermare che per le elezioni presidenziali 2012 saranno spesi diversi miliardi di dollari. Questi soldi devono pur arrivare da qualche parte. Poiché i candidati non possono accettare fondi stranieri, sono i cittadini (e le società) a farsi carico delle donazioni. Molti americani, (anche se non tutti) considerano il contributo alla campagna elettorale un importante esercizio della libertà di espressione, nonché un modo in cui, come singoli individui, possono influenzare il processo politico. A due mesi dalle elezioni, quasi 800 mila americani hanno donato almeno 200 dollari (fonte centro di ricerca politica Open Secrets). E ad aver offerto cifre più basse sono molti, molti di più. Tra i donatori figurano numerosi ebrei specialmente dalla parte dei democratici. Ron Kampeas scrivendo per la Jewish Telegraphic Agency, nota che “secondo le stime nel corso degli anni, dai donatori ebrei arrivano fra un terzo e due terzi dei soldi elargiti ai partiti”. In modo simile, David Freedlander ha scritto sul New York Observer che “quasi il 60 per cento dei fondi raccolti dal Democratic National Committee proviene da cittadini di religione ebraica e laddove il loro supporto venisse a mancare, l’ambizioso traguardo di raggiungere un miliardo di dollari per la rielezione di Obama sarebbe in grave pericolo”. Steven Windmueller del New York Jewish Week dichiara che “gli elettori ebrei hanno generato circa 45 centesimi di ogni dollaro raccolto dai democratici e forniscono un crescente supporto ai candidati repubblicani”. Nonostante il piccolo numeri dei votanti di religione ebraica (solo il 4 per cento degli elettori) potrebbe sembrare non particolarmente accattivante per i candidati presidenti, è difficile ignorare il fattore donazioni. Certamente l’importanza del denaro nel determinare l’esito delle elezioni può essere ed è continuamente messa in discussione (ne scrivono, per esempio, David Brooks sul New York Times, Jamelle Bouie sul The American Prospect e Stephen J. Dubner sul blog Freakonomics, sostenendo che i soldi siano molto meno cruciali di quello che si ritiene comunemente), ma ogni candidato impegnato in un testa a testa con il suo avversario vorrà sempre avere a disposizione qualche risorsa in più per un nuovo spot pubblicitario o per un raduno supplementare. E dunque c’è poco da fare, i politici apprezzeranno sempre i donatori che si offrono di procurarla.

Stephen Richer, Pagine Ebraiche, ottobre 2012

Stelle e strisce – Le ragioni per vincere

Salve cari amici italiani!
Ho paura che questo sia l’ultimo editoriale dedicato alle elezioni presidenziali americane 2012 (in programma il 6 novembre), nonché il mio ultimo contributo per Pagine Ebraiche. Ma non disperate, a patto che mi reclamiate con sufficiente vigore, non si sa mai che non torni in futuro.
Bene, riprendiamo il nostro argomento di discussione, il voto ebraico in America. Nelle puntate precedenti abbiamo dato uno sguardo alla sua storia, alla sua reale importanza ai fini dell’esito delle elezioni, al contributo alla campagna elettorale degli ebrei americani. Per salutarvi, concluderò con una previsione su come andranno le cose stavolta. Opinionisti di ogni credo politico hanno dedicato fiumi d’inchiostro a questo esercizio. Si domandano se è finalmente arrivato il momento in cui gli ebrei svolteranno a destra e citano come fattori la precoce insistenza del presidente Obama su un congelamento degli insediamenti, il suo rapporto freddino con il primo ministro israeliano Netanyahu, la scelta di usare la parola “occupazione” per riferirsi ai territori palestinesi durante il discorso del Cairo nel 2009, l’incapacità di porre un freno al programma nucleare iraniano e allo stato di generale malessere dell’economia americana. Segnalando uno studio della società Tipp che attribuisce il 59 per cento delle preferenze degli ebrei americani a Obama e il 35 per cento a Romney (mentre gli indecisi sarebbero il 6 per cento), Jonathan Tobin scrive sul Commentary che il supporto ebraico ai democratici nel 2012 sarà al livello più basso dalla corsa per la rielezione di Jimmy Carter. Altre ricerche dell’American Jewish Committee attribuiscono a Obama tra il 61 e il 70 per cento del voto ebraico, decisamente meno di quel 75/78 che conquistò nel 2008. Poi c’è Israele. Sulla questione delrapporto Stati Uniti-Israele, le statistiche mostrano che gli ebrei si dividono equamente tra Obama e Romney; alcune danno Romney addirittura in vantaggio. E tuttavia, per ogni editoriale che sostiene che questo sia l’anno buono per gli ebrei repubblicani, c’è un articolo che replica “Non così in fretta”. Questo secondo filone interpretativo si basa su alcuni presupposti. Prima di tutto la storia non può essere ignorata: nelle ultime cinque tornate elettorali (dal 1992) i democratici hanno ottenuto il 78,2 per cento del voto ebraico. Inoltre, se è vero che gli attuali sondaggi mostrano che il supporto per Obama rimane più basso, essi sono comunque in linea con quelli precedenti alle elezioni 2008. Inoltre questi editoriali mettono in dubbio il fatto che lo stato ebraico sia fondamentale nelle scelte di voto. David Breinart del Daily Beast asserisce che “nella maggioranza delle elezioni, i più fra gli ebrei americani considerano i candidati ‘abbastanza buoni per Israele’, e dunque tendono a basare la propria preferenza su altri fattori”. Jason Horowitz del Washington Post ha scritto che “solo il 6 per cento degli ebrei americani vota esclusivamente in base alle posizioni su Israele, e la maggior parte di questi è già saldamente repubblicana”. Mentre quando si prendono in considerazione temi come il sistema sanitario, la tassazione, l’aborto, il matrimonio omosessuale, gli ebrei sono molto più vicini ai democratici. Personalmente tendo a dare ragione al secondo gruppo di opinionisti: non penso che queste elezioni porteranno un grosso cambiamento per quanto riguarda il voto ebraico. Ma se gli sforzi combinati del miliardario ebreo repubblicano Sheldon Adelson, della Republican Jewish Coalition e della campagna di Romney, faranno scendere il supporto degli ebrei a Obama sotto il 70 per cento, potranno considerarsi vittoriosi. Al contrario, se il presidente riuscisse a ottenere più del 75 per cento delle preferenze, suggerirei ai repubblicani di seguire l’esempio dell’elettrice Carol Eberwein, che ha dichiarato alla Jewish Telegraph Agency: “Se i miei accidenti di correligionari votano Obama, in sinagoga non ci torno più”. Qualunque cosa sarà del voto ebraico questo novembre, scommetto che tutti i commentatori – incluso chi scrive – ricominceranno da capo la prossima volta. Appuntamento al 2016.

Stephen Richer, Pagine Ebraiche, novembre 2012