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Tea for two – Giorgio, Micol e una partita di tennis infinita

Di questi tempi mi capita di pensare a Giorgio* e Micol di frequente. I protagonisti del Giardino dei Finzi-Contini intendo. Dovevo leggere quel libro a quattordici anni per la scuola, ma lo abbandonai dopo l’ennesima partita di tennis. Preda di una generazione Moccia che non mi lasciava tregua, piangevo la morte di Pollo, l’amico di Step, avvenuta tragicamente durante una corsa clandestina e intessevo nella mia testa storie romantiche di motociclisti feriti dalla vita e congiuntivi facoltativi. Certamente il timido Giorgio e le sue riflessioni non facevano al caso mio. Troppe sottigliezze, troppi complessi, troppo tennis. Con il tempo i gusti si sono affinati (non così tanto, continuo a vedere telefilm con Gabriel Garko dai titoli per dittologie) e dal tempo delle mele si è passati a quello del vino invecchiato. Allora Giorgio ha bussato avanzando discretamente verso di me. Mi ha raccontato di quel castello incantato che animava le sue giornate, della stanza di Micol piena di lattimi comprati a Venezia, del recamier, dei libri disposti a seconda della provenienza. Mi ha cantato un amore reso epico dalla danza delle ore e tragico dalla conclusione. Di un amore non corrisposto, o meglio di un non amore, perché come insegna Lorenzo de’ Medici: “Amar non puossi chi non ama altrui; non ha amante chi non sente amore”. Così, caduta vittima di un febbrone stagionale, ho trascorso sereni pomeriggi imbucandomi ai garden party dei Finzi-Contini, origliando le conversazioni telefoniche private tra Micol e Giorgio. Volevo gridar lui di lasciar perdere i Finzi-Contini, di non volare troppo vicino al sole, tra l’opulenza di quei nobili incastrati nella gabbia dorata del loro giardino. E come ho voluto bene a Micol nonostante tutto, nonostante avesse infranto una love story che sostenevo con tutta me stessa. Micol piena di ironia, vitalità, con il suo vocabolario finzi-continico. Come mi sono rispecchiata in questi due ventenni alle prese con la tesi di laurea, con le traduzioni di Emily Dickinson. Giorgio resterà sempre nel mio cuore. Alla fine le storie d’amore più belle sono quelle incompiute, quelle mai avvenute, caricate di aspettative inesistenti, incoronate da versi in rima. Come sarebbe stato? Cosa sarebbe successo? Si aprono altre mille strade, altre mille conclusioni e continuo a vederli, Micol e Giorgio, intenti in una partita di tennis infinita. E così l’amore mancato sulla pagina, pervade il lettore.
*Nella mia testa l’io narrante è sempre stato identificato come Giorgio.

Rachel Silvera, studentessa – twitter@RachelSilvera2