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Due domande a Sharon Nizza. Il 24-25 febbraio hanno diritto al voto anche gli Italiani all’estero, e fra questi circa ottomila residenti in Israele che contribuiscono all’elezione di un senatore e di un deputato per la circoscrizione Africa-Asia-Oceania-Antartide. La maggioranza di questi elettori vivono in Australia e infatti i rappresentanti uscenti sono l’onorevole Fedi e il senatore Randazzo, entrambi residenti in Australia e entrambi del PD. Ora per la prima volta uno dei candidati alla camera è un’Italiana residente in Israele: Sharon Nizza, una giovane politologa laureata all’Università di Gerusalemme, sulla trentina, attiva nella comunità locale, che negli ultimi anni è stata assistente parlamentare dell’onorevole Fiamma Nirenstein (Fiamma questa volta non si ripresenta). La via all’elezione non è semplice. Nella circoscrizione concorrono solo quattro partiti: PD, PdL, Lista Monti, e Movimento 5 Stelle. Ogni partito candida due persone, ma una sola può essere eletta. Dunque, prima il partito deve ottenere il maggior numero di voti rispetto agli altri, e poi il candidato deve ricevere il maggior numero di preferenze rispetto al collega di lista. Sharon Nizza concorre alla camera per il PdL, insieme a una candidata australiana. La logica dichiarata della candidatura è quella di far udire la voce degli interessi di Israele in un Parlamento italiano che si preannuncia più ostile allo Stato ebraico rispetto a quello precedente. Chiarito questo, vorrei rivolgere a Sharon due domande un po’ provocatorie alle quali spero vorrà presto rispondere su questa pagina. Può una persona di provata cultura e identificazione ebraica, come Sharon, concorrere alle elezioni nell’ambito di un’alleanza politica guidata da un leader che il Giorno della Memoria si è lasciato andare ad esternazioni confuse e nostalgiche nei confronti del ventennio mussoliniano, alleanza di cui oggi fanno parte esponenti politici di ispirazione esplicitamente fascista? Di quale Israele sarà la voce di Sharon a Montecitorio? Di chi cerca di mantenere un canale aperto al colloquio politico con il mondo occidentale e a una formula di normalizzazione con i palestinesi (tenendo ben presenti gli storici limiti della controparte), o di chi ritiene che una posizione militante in Giudea e Samaria sia la priorità del paese a cui sono subordinate tutte le altre?

Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme

(7 febbraio 2013)